Quattro
Devi stragli lontana.
«P-P… eter».
«CHARLOTTE!».
Allison,
«Peter…».
questo è il mio ultimo avvertimento.
Poi l’angelo svanì. La luce svanì. E su di me calarono le tenebre.
«Charlotte, svegliatevi! Charlotte!».
Qualcuno mi sta urlando contro.
Mi svegliai con quel pensiero.
Poi mi accorsi delle braccia che sentivo tutt’intorno a me, del cuore palpitante che ansava a contatto con le mie dita, dei capelli morbidi che mi accarezzavano la fronte, e infine delle grandi mani che mi stringevano saldamente le spalle.
Aprii gli occhi di scatto.
All’inizio, sopra di me, c’era solo un’infinita distesa di puntini rossi ai margini e sullo sfondo, poi, sbattendo più volte le palpebre per abituarmi alla vista, comparve un viso, dapprima sfuocato, poi sempre più nitido, che copriva tutto il mio campo visivo.
Apparteneva ad un ragazzo. No… a Peter.
Sì, Peter. Ma dove l’avevo già visto prima?
«Avete preso l’abitudine di svenire un po’ troppe volte, non credete anche voi, Charlotte?».
Allison,
devi
stargli
lontana.
Hai capito?
devi
stargli
lontana.
Hai capito?
Le sue labbra… erano troppo vicine. Lo fissai. L’occhiata severa che mi rivolse mi fece mettere i brividi. Ero paralizzata. Non riuscivo a muovermi. Desideravo soltanto allontanarmi da lui, ma le mani, inermi, rimasero lì ferme dov’erano – proprio all’altezza del suo cuore.
«Siete senza cuore».
«Ci siete molto vicina, eppure… no: non è il cuore che mi manca».
«Non vi credo. Voi non avete dei sentimenti».
«E avete ragione… Ma vi sbagliate».
«Ci siete molto vicina, eppure… no: non è il cuore che mi manca».
«Non vi credo. Voi non avete dei sentimenti».
«E avete ragione… Ma vi sbagliate».
«L-Las-scia-a… mi».
Peter si chinò ancora di più su di me. La sua fronte era incollata alla mia.
«Ormai, credo che abbiate abbandonato totalmente la forma di cortesia», disse, stringendo gli occhi in due piccole fessure.
Ricambiai il suo sguardo con un misto di terrore e follia.
«Non t-toccarmi».
Provai a ritrarre la mano dal suo petto, a sgusciare via dalla sua presa, ma lui mi afferrò entrambi i polsi stringendomeli in una morsa e alzandomeli sopra la testa. Ero completamente alla sua mercé, servita come un piatto d’argento, esposta ai suoi occhi.
A malapena mi ero accorta di dove ci trovassimo.
La puzza di fieno e melma mi fece pensare alle scuderie. Ero distesa per terra, e Peter si era messo a cavalcioni su di me. Avevo l’impressione che le sue intenzioni non fossero affatto nobili.
Spinse il ginocchio contro la mia coscia nuda. Le mie gonne si erano sollevate chissà come fino alla vita e il suo sguardo glaciale sembrava indugiarci più del dovuto.
Ma non mi guardò mai con desiderio, come se il mio corpo potesse eccitarlo. I suoi occhi blu erano vuoti, indifferenti. Nessuna emozione li animava.
«Lasciami», ripetei, questa volta con più convinzione dimenandomi tra le sue braccia. «Lasciami!».
Mi tenne ferma spingendosi con tutto il corpo contro di me. Avvertivo solo rigidità, solo muscoli a contatto con la mia pelle. Fremetti disgustata. «Potrei prendere in considerazione la vostra richiesta, se solo vi rivolgeste a me come dovreste». Il suo tono sembrava quasi derisorio. Mi ostinavo a guardarlo negli occhi, nonostante la paura, senza più frenare l’odio che provavo. Mi sfiorò la gola pulsante con le labbra. «Dovreste imparare ad essere meno indisponente, e più obbediente e timorosa, se non volete essere licenziata... Non ho intenzione di ripetervelo una seconda volta. Questo è il mio ultimo avvertimento».
Quelle parole mi raggelarono. Anzi, più precisamente, quell’ultima frase.
Questo è il mio ultimo avvertimento.
E finalmente ricordai. Ogni cosa.
Dal cavallo che aveva perso all’improvviso il controllo di sé, a quella sottospecie di angelo. No, quel… quel... quel bambino ricoperto di stelle.
Ebbi un flash.
La mano della bambina che ero stata quando avevo solo dieci anni, che si protendeva verso di me… Charlotte che si piegava dal dolore…. Le fitte alla testa... I fili metallici che si accavallavano in modo confuso tra i miei pensieri… Le lingue di fuoco che zampillavano attraverso i miei occhi…
Riemersi dal ricordo con un sussulto.
Peter mi osservava, in attesa. Magari aveva detto qualcosa e io non me ne ero accorta. Pian piano sul suo viso comparve un’espressione confusa. Voleva chiedermi che cosa mi fosse preso, tuttavia lo precedetti.
«L’avete visto anche voi?».
Il cambiamento repentino di argomento sembrò scombussolarlo ma si riprese in fretta. «Cosa?».
«Non l’avete visto?».
Non sapevo se provare sollievo o paura. Sollievo, perché probabilmente dovevo aver sognato tutto e paura… paura perché cominciavo a credere di essere pazza.
Peter mi scrollò le spalle. «Charlotte, che cosa avete visto?».
«N-Niente».
I suoi lineamenti si indurirono. «Siete una pessima bugiarda, non vi conviene mentire».
«Ed io vi ripeto che non è nulla», replicai a denti stretti. «Nulla. L’ho solo sognato, tutto qui».
«Cos’è che avete sognato?», insistette.
Sorrisi, per nulla divertita. «Non demordete, eh?».
«E voi non avete intenzione di dirmi niente, vero?».
«Non credo che vi riguardi», risposi a bruciapelo. «È una cosa intima».
«Ammettetelo, signorina Turner». Un ghigno perfido emerse sulle sue labbra. «Non volete rispondermi perché sono io, quello che avete sognato».
«Vi sbagliate», dissi. Rispondendo troppo in fretta, dovetti fargli credere che avessi detto una bugia, ma non mi importava. O forse sì. Se avesse pensato che fossi attratta da lui… avrebbe potuto licenziarmi. In fondo era una delle regole più importanti: è tassativamente vietato avere ammiratori o innamorati. E io dovevo rimanere in quella casa, mi ricordai. Avrei voluto mordermi la lingua per tutto ciò che gli avevo detto. Mi avrebbero sbattuta fuori di lì quanto prima, ne ero certa.
Maledizione!
«Credo che dovremmo alzarci», mi fece notare Peter. Sembrava essersi irrigidito all’improvviso. Il ghigno era scomparso, così come la fossetta che si era formata poco prima all’angolo della sua bocca.
«P-Perché sono qui?». Mi guardai intorno. Effettivamente come avevo intuito prima, ci trovavamo nella stalla. Eravamo distesi sopra un cumolo di paglia e un fetore di escrementi permeava l’aria. Avrei voluto vomitare. Ma, chissà perché, l’odore di Peter aveva coperto tutto fino a quel momento, finché si era allontanato da me.
Adesso che era in piedi e le mie cosce nude erano interamente scoperte, e non più nascoste dalle sue ginocchia, avvertii il freddo invernale penetrarmi nelle ossa.
Automaticamente, strinsi le gambe l’una contro l’altra, abbassandomi le gonne e stringendomi le braccia attorno al corpo.
«Ah, sì…», rispose. «Voi non ricordate, siete svenuta. Un’altra volta». Sorrise, poi si ricompose. «Abigail è in casa. È una fortuna che la sua amica, Lucy, sia venuta a trovarla, così non ho dovuto neanche impegnarmi per distrarla. Le ho detto di non fare parola a nessuno di quello che è successo».
«Perché, che è successo?». Incominciai ad allarmarmi.
E se ero svenuta e avevo cominciato a farfugliare nel sonno?
Impossibile, cercai di tranquillizzarmi subito dopo.
Peter non sapeva niente di quel bambino ricoperto di stelle, altrimenti non mi avrebbe chiesto cosa avessi visto.
Ma il nodo allo stomaco rimase lì dov’era, in attesa di sciogliersi.
«Non ricordate proprio niente, eh?».
Scossi la testa, rannicchiandomi contro la parete.
Visto dal basso, sembrava ancora più alto e minaccioso.
«Il mio cavallo vi ha colpito in pieno stomaco, ma non preoccupatevi. Ho già controllato: state bene, non avete nulla di grave… Al massimo, potrebbe comparirvi un ematoma sul ventre».
Mi ero fermata a “Ho già controllato”. Questo spiegava tutto.
«Voi… voi mi avete spogliata?».
«Non direi che quello fosse spogliare, vi ho guardato solo le gambe e la pancia, non sono andato oltre. E, per la cronaca, non ho visto niente che non avessi già visto», disse in tutta tranquillità.
«Voi non vi avete mai vista nuda». O forse sì?
«Vero, ma ho già visto il corpo di una donna. Tutto il corpo di una donna. E quel poco che ho visto di vostro non è niente di speciale».
Non sapevo se sentirmi offesa o sollevata da quelle parole. Optai per la seconda. Meno era interessato a me, meglio era.
«E comunque», continuò. «Vi ho trascinata qui in modo che nessuno potesse vedervi. Lydia si sarebbe di sicuro preoccupata. Harriet, invece, avrebbe reagito molto peggio».
Sgranai gli occhi. «Nel senso che avrebbe avuto paura… per me?».
Mi guardò per un istante, poi si lasciò andare ad una fragorosa risata, piegandosi sulle ginocchia per il divertimento. Se non fossi stata così frastornata, avrei riso anch’io con lui, ma non riuscii a fare altro che guardarlo inebetita.
Si riprese in fretta, dandosi di nuovo un contegno. Si sistemò la giubba e mi puntò i suoi occhi blu addosso. «Harriet non è capace di preoccuparsi nemmeno per sua figlia, figurarsi per una… cameriera». Le sue labbra si piegarono in una smorfia di ribrezzo. «Intendevo dire che si sarebbe arrabbiata e vi avrebbe licenziata seduta stante. Non le piacciono i deboli di stomaco, quelli che svengono facilmente».
«Ecco perché mi odia: dopo due svenimenti, mi sembra il minimo. Mi stupisco che mi abbia voluta come vostra cameriera».
«Le ho chiesto io di assumervi. Fosse stato per lei, vi avrebbe sbattuta subito fuori di casa». Boccheggiai, incredula. Peter… le aveva chiesto… di assumermi? Di assumere me? «E adesso, alzatevi. Ho del lavoro da sbrigare». Mi offrì una mano ed io, dapprima esitante, l’accettai. Mi tirò su di scatto, spingendomi contro di sé. Mi aveva sollevata da terra con così tanta forza che gli ero finita addosso. Prima ancora che me ne rendessi conto, mi strinse a sé e mi circondò la vita con le braccia.
Era molto più alto di me – io a malapena gli arrivavo al collo – ma non avevo paura. Non più del solito, almeno.
Il mio corpo provava disgusto, invece, la mia anima era di tutt’altro avviso. La sentivo sussultare da qualche parte dentro di me, come se fosse sospinta da una forza sconosciuta verso... verso di lui. La sensazione era simile a quella di una calamita attratta da un magnete e trattenuta al tempo stesso da qualcos’altro. Una resistenza abbastanza sufficiente da contrastare la forza opposta. Una resistenza che prima o poi avrebbe avuto la peggio.
«Adesso, potete lasciarmi», mormorai, reclinando il collo, per guardarlo negli occhi.
«Ne siete davvero sicura?». Sollevò l’angolo destro della bocca. «Non sembrate in grado di starvene in piedi».
«Sono molto più forte di quanto pensate». Cercai di mostrare convinzione nel mio tono di voce.
«Faccio fatica a crederlo. Siete svenuta tre volte in mia presenza».
Ricambiai il suo sorriso, un po’ incerta. «Di certo non per voi».
Lo osservai socchiudere le labbra, poi, quando sentii una voce – quella voce – avvicinarsi inesorabilmente a noi, mi staccai improvvisamente da lui. Peter mi lasciò fare.
«Che cosa ci fate qui?».
Entrambi l’avremmo riconosciuta fra mille.
William ci guardava, incredulo, in attesa di una risposta.
Quando incrociai il suo sguardo, me ne pentii subito.
Non avevo mai visto un’espressione più rammaricata di quella e mi si strinse il cuore.
Volevo dirgli che si sbagliava, e che non era come pensava che fosse… ma mi avrebbe creduto? No.
D’altronde, se la situazione fosse stata ribaltata e fosse stato lui a stringere tra le braccia un’altra ragazza, avrei tratto anche io le stesse conclusioni.
Io e suo fratello eravamo entrambi sporchi di fango. Perlopiù, almeno io, avevo della paglia tra i capelli e sui vestiti e, ad un occhio esterno, sarebbe stato inequivocabile quello che avevamo fatto. Sbagliato, completamente sbagliato, ma inequivocabile per qualcun altro.
Non potevo biasimarlo se ce l’aveva con me e non provai in alcun modo a dirgli qualcosa del tipo: «Non è come pensate». Avrebbe solo peggiorato le cose.
Neanche Peter provò a scusarsi.
Si scrollò la paglia di dosso e ritornò come nuovo. Ero io, quella conciata peggio di una sgualdrina. Avevo i capelli fuori posto, la cuffia era sfuggita alla massa incontrollabile di capelli lunghi, e le gonne stropicciate e sollevate appena sopra il ginocchio. La spallina destra del vestito abbassata sulla spalla.
Chi altri non avrebbe pensato subito al peggio?
«Il mio cavallo ha avuto una reazione violenta, è probabile che abbia visto un piccolo animale nelle vicinanze e si è spaventato. Fatto sta’ che ha colpito allo stomaco la signorina Turner, mentre lei cercava di rabbonirlo, con gli zoccoli anteriori e lei è svenuta. Prima che tu te lo chieda: l’ho portata qui perché era necessario. Lydia ne sarebbe rimasta di certo sconvolta e l’avrebbe tenuta a letto per giorni – sai bene quanto me che avrebbe ingigantito la cosa – e Harriet l’avrebbe licenziata. Non le piacciono le persone deboli, sebbene, in questo caso, la colpa non sia propriamente vostra», concluse Peter, rivolto a me. «Le basterebbe una scusa qualsiasi per cacciarvi fuori di qui».
E io non capivo perché. Perché lui mi difendesse sempre. Mi aveva salvata da quella furiosa tempesta, mi aveva fatta assumere da una donna che mi odiava senza alcun’ombra di dubbio, più di una volta aveva tollerato il mio atteggiamento altezzoso, come se… mi conoscesse e ci fosse abituato. Mai una volta l’avevo visto sorpreso da un mio comportamento, soprattutto quando gli rispondevo a tono. E ora… ora mi giustificava davanti a suo fratello, per giunta, prendendo le mie difese.
Eppure… lui mi odiava. Lo sapevo. Non avevo dubbi.
Quindi la domanda era sempre uguale: perché.
Perché?
L’universo non era più lo stesso e io mi trovavo in un’altra dimensione.
Oppure, cosa ancora più probabile, ero semplicemente matta.
Una parte di me era convinta che gli avesse creduto, anche se non potevo darlo per certo. Peter aveva spiegato con l’espressione più tranquilla del mondo che cosa mi era successo e, quando aveva appreso la verità, William mi aveva guardata con un misto di sorpresa e preoccupazione. E dovevo ammettere che non mi era affatto dispiaciuto lo sguardo apprensivo che mi aveva rivolto, nonostante fosse tutt’altro che bene il sentimento che mi legava a lui. Come sempre, avevo cercato di ricordare a me stessa quello che mi aveva detto Lydia: mai, in nessun caso, mostrare interesse nei suoi confronti e mai, in nessun caso, assecondarlo.
Ma non potevo nascondere che fossero ben altre le motivazioni che mi avevano spinto a stargli comunque lontana, quasi le stesse che mi invitavano a fare altrettanto con Peter.
Provavo indubbiamente dei sentimenti molto forti per entrambi; che fossero positivi o negativi non importava. Mi spaventavano, perché non dipendevano da me. O meglio, non mi appartenevano.
Sentivo che era così.
Io non avrei mai odiato così tanto qualcuno senza motivo, né amato un ragazzo sin da subito.
Non era da me. Non era da Allison.
E non riuscivo ad accettarlo.
Alla fine, comunque, ero ritornata alle mie mansioni.
Prima di lasciare le scuderie, avevo deciso di dare un’occhiata a Spirit, nonostante il terrore di rivederlo. Non perché fosse lui ma per quel che era successo dopo quel calcio allo stomaco che mi aveva fatto vedere le stelle.
O meglio,il bambino ricoperto di stelle.
Allison,
devi
stargli
lontana.
Hai capito?
devi
stargli
lontana.
Hai capito?
Era la prima volta che mi soffermavo davvero a pensare a quelle parole. A chi erano riferite, soprattutto.
A Peter? O a William? O a tutte e due?
Questo è il mio ultimo avvertimento.
Anche Peter aveva detto così.
Eppure la cosa non coincideva. Non quadrava con tutto quello che era successo.
Che fosse stato un semplice caso e il mio subconscio fosse stato notevolmente stravolto? Ero davvero svenuta come aveva sostenuto Peter, e avevo sognato tutto, compreso quel bambino – l’angelo – e tutto ciò che aveva portato con sé?
Mentre pulivo i piatti d’argento, ripensai a quelle domande che mi erano frullate in testa per tutta la giornata.
La risposta che mi tentava di più era sempre la stessa.
No, non era una coincidenza e, nonostante le parole di Peter fossero state più che convincenti e plausibili, sapevo che mi nascondeva qualcosa.
Lo percepivo. Potevo anche sbagliarmi, ma per una volta decisi di fidarmi delle mie sensazioni.
«Charlotte…». La voce della cuoca, Beth, mi riscosse dai miei pensieri. «State bene? Mi sembrate pensierosa».
Alzai di scatto la testa, guardandola negli occhi.
«Cosa? Ah, no…». Cercai di sorridere, ma l’unico risultato che riuscii ad ottenere fu una piccola smorfia. «Sto bene. Non preoccupatevi».
Beth, una donna piuttosto in carne e non molto alta, sui trent’anni, con i capelli scuri e gli occhi chiari, smise di girare la zuppa che stava preparando e si fermò ad osservarmi, incrociando le braccia al petto. «Io penso che dovrei preoccuparmi, invece. State lucidando lo stesso piatto da almeno dieci minuti».
Effettivamente era così, e io non me ne ero accorta. Sospirai, appoggiandomi contro il lavabo e sistemando il piatto d’argento nella credenza. «Sono solo un po’… stanca».
«Siete proprio sicura che non ci sia altro?». Inclinò la testa sorridendomi. «Se volete, vi preparo una bella tazza di tè. Sono certa che vi sentirete molto meglio, dopo».
Scossi la testa. «Beth, la signora Jenkins non vuole che perdiamo tempo e, se non mi vedesse lavorare, mi abbasserebbe la paga o addirittura mi licenzierebbe. E poi, non voglio che abbiate guai per causa mia».
Beth mi raggiunse subito trascinandomi per un braccio fino al tavolo. Mi scostò la sedia per permettermi di sedermi e disse: «Su, accomodatevi. Al resto ci penso io, voi non preoccupatevi». Ritornò alla sua zuppa e iniziò a prepararmi il tè.
«Perché siete così gentile con me? Voi e la signorina Lydia, intendo. In fondo, sono solo una novizia in questa casa».
Non volevo che smettessero, anzi, mi erano di grande conforto con tutta quella confusione che avevo in testa, ma ero solo sorpresa di tutta quell’attenzione.
«Non so perché. Forse ci ispirate solo fiducia».
Mi voltai a guardarla. «In che senso, vi ispirerei fiducia?».
Esitò, prima di parlare, ponderando la sua risposta. «È… è complicato. Ma mi ricordate una persona che conoscevo… o meglio, che avrei tanto voluto conoscere».
Si rabbuiò, ricomponendosi subito dopo. C’era dolore, però, nel suo sguardo.
«Non capisco… Come posso ricordarvela, se non l’avete mai conosciuta?».
«Voi siete… esattamente come avrei immaginato sarebbe diventata. Ho avuto questa sensazione la prima volta che vi ho vista».
Ero senza parole. «Posso chiedervi…».
«… che cosa le è successo?», concluse per me, con un triste sorriso. Annuii attendendo la sua risposta. «Ho avuto… un aborto spontaneo».
Sgranai gli occhi aprendo e chiudendo la bocca più volte.
Ero sconcertata.
Smisi di giocherellare con la spallina del mio abito e mi volsi interamente verso di lei, coprendomi le labbra con una mano.
«Era… vostra figlia?».
«Non lo so…». Scosse la testa. «Non ho mai saputo se fosse un maschio o una femmina. Tuttavia, quando mi accarezzavo il ventre e sentivo il feto scalciare contro la mia mano, avevo la sensazione che fosse una bambina».
Non sapevo cosa dire. Un «Mi dispiace» sembrava solo un luogo comune, che non esprimeva affatto la compassione che provavo nei suoi confronti.
Abbassai lo sguardo sulle mie scarpe a sabot e accettai la tazza di tè che mi offrì pochi minuti più tardi.
Si sedette accanto a me e io mi allungai sul tavolo per stringerle la mano.
«È successo diciassette anni fa», mormorò sovrappensiero e io, senza un motivo apparente, mi raggelai sulla sedia. Il cuore cominciò a martellarmi furiosamente nel petto, come se già sapesse cosa stava per dirmi. «P-Proprio la stessa notte… in cui la moglie del signor Harrington morì».
Non riuscivo a concentrarmi.
Avevo cercato in tutti i modi di scacciare quei pensieri dalla mia testa, ma più mi impegnavo a non pensarci e a radunarli in un angolino appartato della mia mente, meno attenzione prestavo a quello che dovevo fare.
In una giornata avevo già fatto ammattire un cavallo – non credevo affatto alla storiella dell’animaletto che l’aveva spaventato all’improvviso – e chissà cos’altro doveva succedere quel pomeriggio. Per fortuna, non avevo ancora rotto la collezione di antiquariato della signora Jenkins, altrimenti sarebbero stati davvero guai per me.
Nonostante il tè fosse sempre riuscito a tranquillizzarmi e a rabbonire i cattivi pensieri, questa volta non aveva fatto altro che peggiorare la situazione.
Se non avessi fatto quella domanda a Beth non avrei mai saputo del suo aborto spontaneo, né… della madre di Peter e William.
Morta. La moglie di Richard Harrington era morta la stessa notte in cui Beth aveva perso il suo bambino.
Perché la faccenda mi puzzava? Ero io, che mi facevo le paranoie, oppure non era una semplice coincidenza?
Ritornavo sempre punto a capo. Nessuno voleva darmi una risposta più esaustiva, tutti erano sfuggenti e poco chiari e come se non bastasse non riuscivo a collegare niente di quello che ero venuta a sapere.
Infine, a peggiorare ulteriormente la situazione avevo ricevuto la batosta finale: Harriet mi aveva ordinato di lucidare ogni pezzo di antiquariato del soggiorno.
Il problema?
Abigail aveva invitato il suo gruppetto di amiche pettegole e da quando avevo iniziato a pulire non mi avevano tolto neanche un secondo gli occhi di dosso.
Sentivo i loro sguardi puntati su di me e non sapevo cosa mi stesse trattenendo dal compiere una strage di sangue.
Erano in cinque, compresa Abigail.
Due di loro avevano i capelli biondi, leggermente più scuri dei miei, mentre le altre tre erano castane; avrei scommesso che indossassero delle parrucche. Almeno quella che avevo intuito si chiamasse Victoria: più volte mi era capitato di notare dei riflessi ramati, rossicci, all’attaccatura dei suoi capelli. Doveva averli rossi naturali...
«Charlotte?».
Smisi di lucidare il candelabro che avevo tra le mani, voltandomi di scatto.
La più snella delle due bionde – avrei messo non una ma addirittura due mani sul fuoco che fossero sorelle – mi fissava con un piccolo sorriso sulle labbra. Sentivo i suoi occhi grigi squadrarmi da capo a piedi, soffermandosi sulle mie comodissime scarpe a sabot, che di certo, però, non facevano una bella figura, e poi il suo sguardo si spostò sul mio abito stropicciato.
A malincuore, feci una reverenza, senza distogliere lo sguardo dal suo.
Lydia sarebbe fiera di me, pensai soddisfatta.
«Prego, signorina». Mi costrinsi ad essere accomodante. Ciò che volevo, invece, era strozzare tutte e cinque. Non le conoscevo e non avevo niente da spartire con loro, eppure mi stavano già sui nervi. «Posso fare qualcosa per voi?».
La ragazzina si guardò un po’ intorno, un ghigno altezzoso a incurvarle le labbra, lanciandosi sguardi di intesa con le sue compagne. Poi si volse di nuovo a guardarmi, scambiando la mia espressione tranquilla per ingenuità.
Che stupida… Chissà come avrebbe reagito se avesse saputo che quei giochetti stupidi li avevo fatti, anni prima, insieme alle mie amiche. A sedici anni avevo preso l’abitudine di tormentare le matricole della Hamilton High, soprattutto i più sfigati, quelli troppo timidi e impauriti, per rispondere a tono ad una che non aveva nulla di meno a loro.
Se credevano di scalfirmi con le loro occhiate altezzose si sbagliavano di grosso.
La vidi esitare, poi, spalleggiata dalle sue amiche, mormorò: «Abigail dice che siete una strega».
Ammutolii. Sgranai gli occhi.
Avrei giurato che niente di ciò che mi avrebbe detto mi avrebbe colpita ma mi ero sbagliata di grosso. Non per le parole in sé, bensì per il loro significato nascosto.
«Abigail dice che siete una strega».
Che cosa glielo aveva fatto pensare?
Anzi, la domanda giusta era: che cosa avevo fatto io, per farglielo pensare?
Mal interpretando il mio silenzio per disagio la ragazzina aggiunse: «Sembravate posseduta dal demonio! Ha detto anche che avete cominciato a mormorare delle frasi incomprensibili…!».
«È così», la spalleggiò Abigail, alzando il mento. «Io e Peter vi abbiamo vista».
Le mani iniziarono a sudarmi. Sentivo gli occhi pizzicarmi, le lacrime scalciavano per uscire. Socchiusi le palpebre, il fuoco spirò attraverso i miei occhi.
Il cavallo che nitriva contro di me, ergendosi con gli zoccoli anteriori. La furia nei suoi occhi… Mi sommersero ricordi di me stessa, osservata da occhi esterni: non sembravo io. Ero troppo pallida, avevo il volto cinereo e cadaverico e… e quella voce non era la mia.
C’era un eco, come un antico rimbombo di una lingua che andava al di là della comprensione umana, che non poteva essere percepita dalla ragione di nessun mortale. Eppure io riuscivo a capirla. O meglio, era qualcun altro, a capirla al posto mio. Come se… mi stessero suggerendo le parole di un copione che, al tempo stesso, conoscevo alla perfezione. Come se stessi recitando una filastrocca di cui avevo imparato i versi, ma non il vero significato.
«… e poi farfugliavate in una lingua così strana! Sembrava arcaico…».
Incominciai a tremare, scossa da brividi incontrollabili.
Avevo la fronte madida di sudore, la pelle d’oca e gli occhi umidi. Ero sull’orlo delle lacrime. Un grido soffocato dal fondo della mia gola scalpitava per uscire. I fili metallici interruppero la traiettoria dei miei pensieri, attorcigliandosi tra loro. E poi quella voce. La voce dell’angelo. La voce del bambino. La voce di Brian…
Allison, alzati.
Allison, guardami.
Allison, ascoltami.
Allison, guardami.
Allison, ascoltami.
… la mia voce.
Allison…
«Signorine, mi spiace dover interrompere la vostra conversazione, ma non mi sembra consono discutere di simili argomenti in questa casa».
Ora… ero… io.
«William, caro, allenta un po’ la cravatta… Stavamo solo discutendo amabilmente con la nostra Charlotte».
«Non mentirmi, Harriet. Ho sentito tutto, ogni cosa, e posso dire con certezza che le vostre sono soltanto spregevoli menzogne senza cognizione di causa su una povera ragazza. Le avete dato della strega».
«Abbiamo solo detto la pura e semplice verità. Diteglielo anche voi, Charlotte, ditegli che cosa avete fatto a quel povero cavallo».
Allison,
devi
stargli
lontana.
Hai capito?
devi
stargli
lontana.
Hai capito?
Sollevai di scatto la testa, fissando gli occhi in quelli di Abigail.
Ora non tremavo più per la disperazione, ma per la furia.
Una furia cieca di farle assaggiare il dolore più distruttivo che avessi mai provato. Un dolore che non coinvolgeva la testa o la mente.
Quei fili metallici attraversavano i pensieri, i ricordi, le sensazioni, le emozioni della mia anima. Quello spostamento che avevo sentito dentro di me, che mi aveva lasciato senza fiato… proveniva da lì.
Non avevo idea di come facessi a saperlo ma in cuor mio ero convinta che fosse così: non c’era dolore maggiore che sentirsi strappare l’anima.
La sentivi in fondo, dentro alla carne, ancorata alle tue ossa, pulsante in ogni parte del tuo corpo. Era come… una bolla di umanità, di appartenenza ad un mondo di cui conosci poco e niente ma nel quale desideri vivere. Una bolla che, quando scoppia, fa esplodere anche te e tutto ciò che rappresenti.
Quello che avevo provato io era stato solo un antipasto.
Volevo che Abigail assaggiasse il dolore, volevo che si sentisse esattamente, se non peggio, di come mi ero sentita io.
I miei desideri non erano nobili, non avevo bisogno che qualcuno me lo dicesse, ma non potevo contrastarli. Assecondavo la mia natura: io non ero mai stata una brava persona, benché mi impegnassi ogni giorno a esserlo, e mi comportavo come tale. Pensavo, desideravo, come tale.
Alzai il mento con superbia, pienamente consapevole delle mie azioni.
Due, tre, quattro, cinque sterline sottratte dalla paga erano il prezzo che avrei dovuto pagare per quel semplice gesto che dichiarava apertamente un aspetto di me stessa che non potevo cambiare.
Affermavo di essere migliore di lei, e non facevo nulla per nasconderlo.
«Signorina Jenkins, avete qualche prova per accusarmi?».
Usai il tono più tranquillo e pacato che fossi riuscita a trovare.
La guardai intensamente con un’espressione placida e quasi amichevole. Ispiravo fiducia, ispiravo sicurezza in ogni mio movimento.
Era impossibile non credermi. Riuscii quasi a convincere perfino me stessa.
«I-Io… io vi ho vista, Charlotte! E anche Peter! Lui mi darà ragione!». Eppure, dal modo in cui si guardava intorno, cercando con disperazione la rassicurazione e il sostegno dalle sue amiche, non sembrava tanto convinta delle sue parole.
Non sta mentendo.
«Abigail, sai che non devi dire le bugie. La signorina Turner è qui per lavorare. Non vorrai che riferisca a tua madre il tuo comportamento disonorevole?».
Trattenni, a malapena, un sorriso di vittoria. William, accanto a me, attraente in qualunque sua parola o gesto, mi stava difendendo a spada tratta. Tutto ciò che lo rappresentava mi costringeva a piegarmi ai miei sentimenti.
Sei innamorata di lui.
Era assolutamente impossibile che lo fossi. Non lo ero stata di Kyle, che conoscevo sin dall’infanzia; come potevo esserlo di un ragazzo che, a stento, conoscevo e che avrebbe potuto essere benissimo un’illusione della mia mente?
Tu devi essere innamorata di lui.
«Non l’hai vista?!», starnazzò Abigail. «Ha sorriso! Ha sorriso! Lei è una strega! Perché non mi vuoi credere?».
William è l’uomo giusto per te.
Ignorai quel pensiero, senza distogliere lo sguardo dalla ragazzina che oramai aveva visto sgretolare davanti a sé ogni sua certezza.
Lei sentiva, sapeva, di avere ragione… eppure, al tempo stesso, non ne era più così sicura.
Mi portai una mano al petto, con fare teatrale. Ammorbidii la voce, facendo sì che perfino una come Abigail, che indubbiamente mi odiava, credesse alle mie parole: «Signorina Jenkins, non avete idea di quanto mi rammarichi tutto questo vostro timore nei miei confronti! Farò q-qualsiasi, qualsiasi cosa affinché voi mi crediate… I-Io non ho fatto nulla, davvero, ho solo cercato di tranquillizzare il cavallo, ma purtroppo non ci sono riuscita. Forse si è spaventato, avrà visto qualche animaletto nelle vicinanze perdendo il controllo di sé e colpendomi per sbaglio allo stomaco. Dopo ricordo solo di essere svenuta. Il signor Peter può confermarvelo… È stato lui a raccontarmi tutto ciò che è successo».
Osservai con ben celata soddisfazione le reazioni di Abigail: dapprima, impallidì, poi, accortasi degli sguardi di tutti puntati su di lei, avvampò per l’imbarazzo.
Guardai il suo petto gonfiarsi, incredulità e furia emergevano attraverso i suoi occhi turgidi.
«S-State mentendo… Peter non lo farebbe mai! Lui era insieme a me, lui vi ha vista…».
«Abigail, sai che non dovresti dire le bugie».
Il secondogenito, uno dei ragazzi più complessi e, mio malgrado, affascinanti che avessi mai conosciuto, comparve alla sinistra di Abigail, facendo mancare il respiro alle quattro povere ragazze che stavo assistendo in silenzio alla scena.
La bionda, quella che mi aveva informata dei pensieri di Abigail su di me, cercò di mimetizzarsi tra la sorella minore e Victoria, cosciente di aver contribuito, almeno in parte, all’umiliazione che io e, forse, anche Peter, (consapevolmente) e William (inconsciamente) stavamo infliggendo alla sua amica.
«Peter!», urlò Abigail. «Peter, tu… non puoi! Tu l’hai vista, tu c’eri quando…».
«Ma che cosa sta succedendo qui dentro?». Lydia, la cuffia bianca svolazzante sulla testa, una crocchia disordinata alla quale sfuggivano le ciocche ribelli, avanzò con passo sicuro verso di noi, con gli occhi ridotti a due fessure e un’espressione arcigna sul volto. «Chi è quest’oca starnazzante che sta friggendomi il cervel… OH! Signorina Jenkins!». Sgranò gli occhi coprendosi la bocca con le mani e fermandosi di colpo, non appena incrociò lo sguardo incandescente della sua padrona.
La situazione, vista da un occhio esterno, era a dir poco esilarante, ma non mi sarei immaginata di immedesimarmi nei panni di Abigail neanche morta.
Preferivo essere mille volte me stessa che una spocchiosa ragazzina di… quanti? Quindici, sedici anni? La considerazione che avevo di lei non partiva neanche dai numeri inferiori allo zero.
«Lydia!», gridò come se volesse aggiungere qualcos’altro ma non sapesse cosa dire.
La prossima volta impari a tenere la bocca chiusa.
La povera governante sembrava proprio non capirci niente in tutta quella faccenda. Si guardava intorno, spaesata, spostando lo sguardo più di una volta nella mia direzione.
Scrollai le spalle con ingenuità, sollevando appena gli angoli della bocca in un sorriso.
Al mio fianco, sentivo la presenza costante di William: non mi perdevo nemmeno un nostro contatto. La prima volta pensai che fosse un caso, un semplice caso. Le nostre mani si sfiorarono accarezzandosi come se ne derivasse da una loro volontà propria poi, quando, nel giro di qualche minuto, avvertii di nuovo le nostre pelli sfiorarsi, mi convinsi che non gli fossi affatto indifferente.
C’era elettricità, tra noi, un’elettricità che pungeva dalla punta delle dita e si spargeva successivamente in tutto il corpo.
Mi piaceva troppo, più di quanto ne fossi consapevole.
«Portatela nella sua stanza per favore, credo che abbia bisogno di riposare».
Senza scomporsi, Peter riferì le sue direttive alla governante che, senza neanche esitare, esortò Abigail a salutare le sue amiche e a seguirla in silenzio.
A quel punto anche William decise di intervenire, sfoderando il suo preziosissimo charme. Esaminò intensamente, ad una ad una, le quattro ragazze accomodate con grazia e signorilità accanto al camino. Da come si stringevano le une alle altre, e dal modo in cui mi fissavano, avevo l’impressione che un po’ ci avessero creduto, alle parole di Abigail.
Voi siete una strega.
Non aveva mentito.
Io ne ero del tutto certa a differenza loro. E proprio per questo, non riuscivo a non serbare timore per me stessa, per ciò che avevo fatto.
Devi stargli lontana.
Questo è il mio ultimo avvertimento.
Forse dovevo stare lontana soltanto da me stessa.
Io ero… pazza. Proprio perché ero convinta dell’esistenza di qualcosa che non stava né in cielo né in terra, proprio perché ero consapevole di ogni mia azione… sapevo di esserlo. Ogni mio pensiero era paura follia, ogni mia sensazione aveva poco a che vedere con la normalità.
«Signorine, credo sia meglio che torniate a casa». William finse di osservare il cielo plumbeo fuori dalla finestra. «Ho la netta sensazione che molto presto verrà a fare un temporale. Peter chiederà personalmente…».
«Mi dispiace contraddirti, fratello, ma non posso in questo momento. Se non ti dispiace, dovrei scambiare urgentemente due parole con la signorina Turner, perciò preferirei che dicessi tu a Robert di accompagnarle alle loro rispettive dimore. Con permesso». E così dicendo senza nemmeno distogliere lo sguardo dal mio e degnare di un’altra occhiata quelle povere ragazzine spaurite, mi afferrò per il braccio, trascinandomi di peso su per la scalinata a chiocciola e strattonandomi con la stessa prepotenza che irradiavano i suoi movimenti.
Si fermò di botto solamente quando mi ebbe portata in un luogo più appartato, guardandosi intorno prima di schiacciarmi contro il muro.
Si premette contro di me facendomi mancare il respiro. Il profumo che quella mattina era riuscito a coprire qualsiasi altro odore nella stalla, adesso mi disgustava soltanto. Non volevo stargli vicina neanche un secondo di più, io…
Devi stargli lontana.
«Siete impazzita?», sbraitò aggredendomi a pochi centimetri dalle mie labbra. «Volete farvi licenziare forse? Non solo vi siete guadagnata l’antipatia di Harriet – no… quella non vi bastava! Ora siete riuscita addirittura a farvi odiare da sua figlia!».
Sgranai gli occhi, appiattendomi contro il muro.
Era inutile che mi divincolassi. Non mi avrebbe lasciata andare, come minimo non prima di aver ottenuto ciò che desiderava. Ma non volevo comunque stargli vicina… la sua presenza mi ripugnava addirittura a distanza o tra i miei pensieri, figurarsi a qualche spanna dal mio corpo.
«Io non ho fatto niente», dissi, a denti stretti. «Stavo lucidando l’antiquariato della signorina Jenkins, quando una delle amiche di Abigail ha cominciato a sputare sentenze sul mio conto, dicendo che ero una strega e che…». Troncai la frase a metà, guardandolo con ira. «Voi mi avete ingannato! Sapevate benissimo che Abigail non mentiva. Lei diceva la verità, non è così?». Non gli permisi nemmeno di rispondere. «Non sono svenuta come mi avete fatto credere, è successo altro… ma avete negato tutto, a me e a tutti gli altri».
Peter strinse gli occhi in due fessure. «Ho detto solo la verità, Charlotte. Non lasciatevi suggestionare dalle cattiverie di Abigail».
A quel punto, nulla più mi trattenne dal divincolarmi dalle sue braccia.
Provai a scalciare premendo le mani sul suo petto ampio per allontanarlo, ma sortendo l’effetto contrario. Mi strinse i polsi tra le mani, alzandomeli sopra la testa. Poi si avvicinò alla mia bocca, sfregò il naso contro il mio e mi spinse maggiormente contro il muro.
«State davvero cercando di farmi credere che ha mentito?», lo assalii. «So distinguere una bugia dalla verità e Abigail era fin troppo convinta delle proprie parole. Forse le sue intenzioni erano quelle di umiliarmi davanti alle sue amiche, ma sono sicura che stesse dicendo comunque la verità. Neppure un attore esperto sarebbe capace di raggiungere una tale espressività emotiva, credetemi. Era sconvolta, aveva paura di… me, glielo leggevo negli occhi».
Peter mi tenne ferma con il suo corpo. Io ero fin troppo debole per lui.
Con rammarico, pensai che meno di un anno prima non ero così. Io ero… forte. Irradiavo energia da tutti i pori. Poi avevo scoperto di essere diabetica… e tutta la mia vita era cambiata: la mia normalità consisteva in svenimenti continui, giramenti di testa sempre perenni, fame e sete improvvisi. Per di più soffrivo anche di tachicardia e questo spiegava perché, nel giro di pochi giorni, fossi svenuta già tre volte – quattro se si considerava la semi-incoscienza che mi aveva pervasa poco prima.
Quella sensazione di disorientamento… le voci ovattate, le lacrime agli occhi, la sudorazione… non auguravo niente di tutto questo neanche al mio peggior nemico.
Dovevo stare attenta tutti i giorni, col tasso elevato di glicemia che i medici mi avevano prescritto, ma non era sempre facile.
Sollevò appena l’angolo della bocca, ghignando.
«Sembrate saperne qualcosa di bugie», mormorò, appoggiando le mani ai lati della mia testa. Mi aveva intrappolato tra sé e il muro. «Molto più di quanto lasciate intendere».
Mantenni i nervi saldi. «Non so di cosa state parlando».
Inclinò la testa, un gesto che mi ricordò stranamente quello del bambino. Solo che nessuna luce, nessuna stella sfavillò sulla sua pelle, né cambiò aspetto.
Era sempre lui, Peter, con una luce strana, sinistra negli occhi.
«Voi non siete Charlotte Turner».
Alzai il mento con superiorità. Oramai era diventata un’abitudine. Cercavo di nascondere quanto fosse vicino alla verità. Ma… come faceva ad esserne così sicuro?
«E chi altri dovrei essere?».
Mi guardò a lungo, con calma, ma in realtà non stava guadagnando tempo per pensare alla risposta. Sapeva esattamente cosa dire e non faceva niente per nasconderlo.
Si allontanò da me, lasciandomi finalmente respirare.
Fino all’ultimo mi convinsi che ancora una volta mi avrebbe stupito andandosene, negandomi una risposta.
E, a dire il vero, non mi sbagliai: perché mi sorprese, certo, ma con le parole.
Trattenni il fiato, sentendomi pervadere da sentimenti a cui non avrei mai saputo dare nome.
«Ormai, non serve più di darci del voi… non è così, signorina Stevens? Allison Stevens?».
Questo è il mio ultimo avvertimento.
Allie’s corner:
Mi rendo conto che questo non è il capitolo che vi aspettavate, all’inizio ne ero più entusiasta, lo devo ammettere, mentre ora, rileggendolo, ho un po’ storto il naso, ma non importa. Questa è la prima stesura di NAV e garantisco che, una volta conclusa, ci darò una bella sistematina. Adesso non so cos’altro dire, se non che sono nervosissima e che attendo i vostri commenti… SE ce ne saranno. Be’, io pubblico lo stesso, non posso farne a meno ^^ Non so quando aggiornerò, perciò - se siete interessati/e - tenete gli occhi aperti nel mio gruppo!
A presto,
Allison Julie Stevens
Ommiddio, l'ha chiamata col suo vero nome! *shock* Io, comunque, sbavo un casino su Peter, boh, non so ù.ù' Tornando al capitolo: è eccezionale! Dico davvero. Lascio stare il solito "adoro come scrivi" perché se no potrei vincere la la medaglia per la recensitrice più monotona dell'anno. Che dirti? Finalmente entriamo nel vivo della storia; Peter svela le carte. Lui sa chi è davvero Charlotte e ora non vuole più nascondersi, parla chiaro - e penso proprio che agirà di conseguenza. La cosa che mi lascia perplessa è la scoperta che la figlia di Beth sia morta proprio quando è venuta a mancare la madre di Peter e William. Coincidenza? Mmm, non credo proprio.
RispondiEliminaQuesta storia si fa sempre più intrigante! Non vedo l'ora di leggere il prossimo capitolo! A quanto il lieto evento? Non farmi attendere troppo, ma anche se dovessi farlo - ti strangolo, eh - sarò qui a leggere.
Un bacione e complimenti davvero!
Mia.
Non saresti mai la recensitrice più monotona dell'anno, non per me ù.ù Io ti addorrrro e amo i tuoi commenti! Non ti dico il perché la conosce già, almeno per una cosa devi rodere come me xD Io su Peter faccio di peggio... la notte <3 Ci farei le peggio cose se mi capitasse fra le braccia *-* Ehm-ehm *si da un contegno* Non so quando aggiorno, tecnicamente il quinto è già stato concluso (deve essere solo betato) ma finché non finisco il sesto non se ne parla di postarlo u.u Di certo non aspetterai un mese, magari due/tre settimane, ma anche di meno <3 Grazie mille per la recensione, comunque <3 Sei troppo gentile con me e... addirittura "eccezionale"? Lo ripeterò fino alla nausea *-*
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