Tre
«Ci sono undici regole importanti che non dovete assolutamente dimenticare».
La signorina Lydia aveva le mani conserte dietro la schiena e mi guardava attentamente, come se volesse studiarmi.
Aveva gli stessi vestiti che le avevo visto indosso il giorno prima, quando mi ero risvegliata dopo tre giorni di convalescenza, anche se avevo come l’impressione che le stessero stretti. La cuffia probabilmente le dava fastidio, perché ogni tanto se la sistemava meglio sulla testa con un movimento rapido della mano, e la mise era di sicuro troppo aderente sul ventre rigonfio. L’unica consolazione dovevano essere le comodissime scarpe a sabot, di cui mi aveva consegnato un paio pressoché identico poco prima, insieme ad un abito simile al suo a motivi floreali sul grembiule color antracite.
Siccome non avevo risposto, dovette interpretare il mio silenzio come un invito a proseguire.
«Bene, allora». Sospirò. I suoi occhi incontrarono i miei inchiodandomi a pochi metri da lei. Aveva la mia assoluta attenzione in quel momento. «Regola numero uno: se una qualsiasi persona di alto rango, che sia un padrone di questa casa o un semplice ospite, si rivolge a voi, non abbassate mai lo sguardo, ma guardatelo dritto negli occhi; non dimenticate: mani composte, schiena dritta e mento appena sollevato. Se lo alzate un po’ di più, potrebbero interpretarlo come un atteggiamento di superiorità. Regola numero due: non parlate a voce alta a meno che non vi abbiano rivolto una domanda o un’affermazione che necessita di una risposta. Regola numero tre: non parlate ai servi se anche uno soltanto dei padroni è a portata d’orecchio ma, qualora fosse estremamente necessario farlo, preoccupatevi di abbassare la voce in sua presenza. Regola numero quattro: se nessuno dei padroni vi ha interloquita per primo, non vi permettete mai di aprire bocca. Nel caso in cui aveste un messaggio da riferire o qualcosa da chiedere, rivolgetevi direttamente a me. Io saprò cosa fare. Regola numero cinque: rispondete solo se vi viene indirizzata una domanda, ma fatelo in maniera educata e raffinata, utilizzando l'appellativo corretto, quali "signore", "signorino" e "signorina". Regola numero sei: se il padrone dovesse entrare nella stessa stanza in cui vi trovate voi, lasciatela immediatamente e col massimo silenzio. Regola numero sette: non dite mai “buongiorno” o “buonasera” se il saluto non è stato rivolto prima dai padroni nei vostri confronti. Regola numero otto: se il padrone vi chiedesse di camminare insieme a lui e fargli compagnia, assicuratevi di rimanere diversi passi indietro. Regola numero nove: siate puntuale agli appuntamenti e ai pasti. Regola numero dieci: è tassativamente vietato avere ammiratori o innamorati. Le relazioni che verranno scoperte porteranno all’immediato licenziamento. E infine, regola numero undici: qualora non fosse richiesta, non esprimete mai la vostra opinione. In particolare, con la signora Jenkins: odia essere contraddetta. Se anche una sola di queste regole venisse lontanamente violata, vi verranno sottratte due sterline dalla paga settimanale. Tutto chiaro?».
Avrei fatto fatica a ricordarle tutte, ma annuii lo stesso nel più completo silenzio.
«E ora, detto tra noi, c’è una raccomandazione che vorrei farvi».
Rizzai le orecchie e sgranai gli occhi. Mi aveva incuriosita. «C-Certo, ditemi pure».
Inarcò un sopracciglio e mi squadrò a lungo prima di parlare. «Forse voi non ve ne siete accorta, considerati i recenti avvenimenti che vi hanno probabilmente stravolta in questi ultimi giorni, ma io conosco benissimo i miei due giovani padroni e so riconoscere uno sguardo – quello sguardo – quando lo vedo».
«Non capisco cosa intendiate dire… H-Ho per caso fatto qualcosa di sbagliato?».
Avevo il cuore che mi batteva a mille. Odiavo Peter con tutta me stessa – con il cuore, con la mente, con l’anima – nonostante non ne avessi alcun motivo, ma ero abbastanza sicura di non averlo mai guardato in un altro modo che non fosse spaventato o atterrito, perlomeno non in presenza della governante.
«No, non voi», mi rassicurò, e io tirai un sospiro di sollievo. «In realtà, non si tratta del signor Peter come presumo stiate immaginando adesso».
«Ah no?». La sorpresa era evidente sul mio volto.
«No, parlo del signor William».
La guardai, preda di una confusione totale. Dovevo sembrarle una sprovveduta. «D-Ditemi tutto».
«Be’», cominciò, un po’ titubante. «Ho avuto modo di assistere al vostro primo incontro… che per inciso è avvenuto in un modo a dir poco scandaloso! Come avete fatto a fuggire dalla stanza? Avete per caso provato a scappare dalla finestra?».
Oh cavolo!
Scossi febbrilmente la testa, leccandomi le labbra screpolate. «Lydia, avete perso il punto centrale. Cosa c’entra il signor William con me?».
«C’entra eccome, signorina Turner».
«Vi prego», la interruppi. «Chiamatemi Charlotte».
«Bene, Charlotte». Si sistemò la cuffia in testa, alzandosi appena le gonne per avvicinarsi a me, abbassando la voce come se stesse per rivelarmi un segreto. Poi si guardò attorno, accertandosi che non ci fosse nessuno nei paraggi, e sussurrò: «Ieri eravate così atterrita e spaventata che non avete notato il modo in cui vi ha guardato William… L’ha fatto per tutto il tempo, e ha continuato a farlo anche quando vi ho sorpresa insieme a lui e suo fratello».
«Io non…».
«Lo so, non c’è bisogno che mi spiegate». Sorrise, un po’ tesa. «Ma mi permetto di farvi una piccola confidenza».
«D’accordo».
Nonostante mi trovassi anni luce da casa mia e dalla mia vera epoca, mi sentivo così… così a mio agio, e non sapevo spiegarmi il perché. Mi sembrava fin troppo facile essere Charlotte, fin troppo facile… come non lo era mai stato essere Allison. Era la prima volta che mi sentivo davvero me stessa, perfettamente in pace con il mio corpo, con la mia mente e con la mia anima. Tutto era… giusto. Mi sembrava quasi sbagliato desiderare di voler ritornare dalla mia famiglia, quasi non mi appartenesse più come avrebbe dovuto. Ma, allo stesso tempo, Lydia era l’unica persona che sentissi quantomeno vicina ad una madre, ad un’amica. Per quanto riguardava gli altri, be'... loro mi spaventavano soltanto.
«Sapete… William ha avuto parecchie relazioni sentimentali, a differenza del signor Peter. Molte donne sono rimaste a dir poco colpite dal suo fascino e dalla sua avvenenza ed io vorrei mettervi in guardia… giacché ho paura che l’interesse che lui nutre nei vostri confronti possa diventare qualcosa di più».
Ero allibita. Aprii e chiusi più volte la bocca, incapace di parlare. Poi, respirando a pieni polmoni, trovai il coraggio di chiedere: «D-Dite sul serio?».
«Certo!», esclamò concitata. «Non sbaglio mai, sappiatelo. Conosco il signor William da quando era solo un pargoletto! L’ho accudito io quando la sua povera madre è venuta a mancare». Si irrigidì, poi sembrò riscuotersi. «Ad ogni modo, vorrei avvisarvi: non alimentate la sua attrazione nei vostri confronti… È già successo una volta, e non è finita bene».
Mi adombrai anch’io. «Che intendete dire?».
Lydia evitò di guardarmi e si ricompose. «Abbiamo parlato abbastanza, Charlotte, e io non ho ancora finito di spiegarvi tutte le vostre mansioni».
«Ma, signorina…».
«Volete seguirmi, prego?». Si stampò in faccia un piccolo sorriso, un sorriso finto che nascondeva quello che provava davvero. «C’è ancora molto che dovete vedere…».
«Lydia…».
«Andiamo, su!».
E si incamminò a grandi passi, sollevandosi le gonne all’altezza della caviglie, senza neanche guardarsi indietro per accertarsi che la stessi seguendo.
Con un profondo sospiro, mi affrettai a raggiungerla.
La signorina Lydia aveva le mani conserte dietro la schiena e mi guardava attentamente, come se volesse studiarmi.
Aveva gli stessi vestiti che le avevo visto indosso il giorno prima, quando mi ero risvegliata dopo tre giorni di convalescenza, anche se avevo come l’impressione che le stessero stretti. La cuffia probabilmente le dava fastidio, perché ogni tanto se la sistemava meglio sulla testa con un movimento rapido della mano, e la mise era di sicuro troppo aderente sul ventre rigonfio. L’unica consolazione dovevano essere le comodissime scarpe a sabot, di cui mi aveva consegnato un paio pressoché identico poco prima, insieme ad un abito simile al suo a motivi floreali sul grembiule color antracite.
Siccome non avevo risposto, dovette interpretare il mio silenzio come un invito a proseguire.
«Bene, allora». Sospirò. I suoi occhi incontrarono i miei inchiodandomi a pochi metri da lei. Aveva la mia assoluta attenzione in quel momento. «Regola numero uno: se una qualsiasi persona di alto rango, che sia un padrone di questa casa o un semplice ospite, si rivolge a voi, non abbassate mai lo sguardo, ma guardatelo dritto negli occhi; non dimenticate: mani composte, schiena dritta e mento appena sollevato. Se lo alzate un po’ di più, potrebbero interpretarlo come un atteggiamento di superiorità. Regola numero due: non parlate a voce alta a meno che non vi abbiano rivolto una domanda o un’affermazione che necessita di una risposta. Regola numero tre: non parlate ai servi se anche uno soltanto dei padroni è a portata d’orecchio ma, qualora fosse estremamente necessario farlo, preoccupatevi di abbassare la voce in sua presenza. Regola numero quattro: se nessuno dei padroni vi ha interloquita per primo, non vi permettete mai di aprire bocca. Nel caso in cui aveste un messaggio da riferire o qualcosa da chiedere, rivolgetevi direttamente a me. Io saprò cosa fare. Regola numero cinque: rispondete solo se vi viene indirizzata una domanda, ma fatelo in maniera educata e raffinata, utilizzando l'appellativo corretto, quali "signore", "signorino" e "signorina". Regola numero sei: se il padrone dovesse entrare nella stessa stanza in cui vi trovate voi, lasciatela immediatamente e col massimo silenzio. Regola numero sette: non dite mai “buongiorno” o “buonasera” se il saluto non è stato rivolto prima dai padroni nei vostri confronti. Regola numero otto: se il padrone vi chiedesse di camminare insieme a lui e fargli compagnia, assicuratevi di rimanere diversi passi indietro. Regola numero nove: siate puntuale agli appuntamenti e ai pasti. Regola numero dieci: è tassativamente vietato avere ammiratori o innamorati. Le relazioni che verranno scoperte porteranno all’immediato licenziamento. E infine, regola numero undici: qualora non fosse richiesta, non esprimete mai la vostra opinione. In particolare, con la signora Jenkins: odia essere contraddetta. Se anche una sola di queste regole venisse lontanamente violata, vi verranno sottratte due sterline dalla paga settimanale. Tutto chiaro?».
Avrei fatto fatica a ricordarle tutte, ma annuii lo stesso nel più completo silenzio.
«E ora, detto tra noi, c’è una raccomandazione che vorrei farvi».
Rizzai le orecchie e sgranai gli occhi. Mi aveva incuriosita. «C-Certo, ditemi pure».
Inarcò un sopracciglio e mi squadrò a lungo prima di parlare. «Forse voi non ve ne siete accorta, considerati i recenti avvenimenti che vi hanno probabilmente stravolta in questi ultimi giorni, ma io conosco benissimo i miei due giovani padroni e so riconoscere uno sguardo – quello sguardo – quando lo vedo».
«Non capisco cosa intendiate dire… H-Ho per caso fatto qualcosa di sbagliato?».
Avevo il cuore che mi batteva a mille. Odiavo Peter con tutta me stessa – con il cuore, con la mente, con l’anima – nonostante non ne avessi alcun motivo, ma ero abbastanza sicura di non averlo mai guardato in un altro modo che non fosse spaventato o atterrito, perlomeno non in presenza della governante.
«No, non voi», mi rassicurò, e io tirai un sospiro di sollievo. «In realtà, non si tratta del signor Peter come presumo stiate immaginando adesso».
«Ah no?». La sorpresa era evidente sul mio volto.
«No, parlo del signor William».
La guardai, preda di una confusione totale. Dovevo sembrarle una sprovveduta. «D-Ditemi tutto».
«Be’», cominciò, un po’ titubante. «Ho avuto modo di assistere al vostro primo incontro… che per inciso è avvenuto in un modo a dir poco scandaloso! Come avete fatto a fuggire dalla stanza? Avete per caso provato a scappare dalla finestra?».
Oh cavolo!
Scossi febbrilmente la testa, leccandomi le labbra screpolate. «Lydia, avete perso il punto centrale. Cosa c’entra il signor William con me?».
«C’entra eccome, signorina Turner».
«Vi prego», la interruppi. «Chiamatemi Charlotte».
«Bene, Charlotte». Si sistemò la cuffia in testa, alzandosi appena le gonne per avvicinarsi a me, abbassando la voce come se stesse per rivelarmi un segreto. Poi si guardò attorno, accertandosi che non ci fosse nessuno nei paraggi, e sussurrò: «Ieri eravate così atterrita e spaventata che non avete notato il modo in cui vi ha guardato William… L’ha fatto per tutto il tempo, e ha continuato a farlo anche quando vi ho sorpresa insieme a lui e suo fratello».
«Io non…».
«Lo so, non c’è bisogno che mi spiegate». Sorrise, un po’ tesa. «Ma mi permetto di farvi una piccola confidenza».
«D’accordo».
Nonostante mi trovassi anni luce da casa mia e dalla mia vera epoca, mi sentivo così… così a mio agio, e non sapevo spiegarmi il perché. Mi sembrava fin troppo facile essere Charlotte, fin troppo facile… come non lo era mai stato essere Allison. Era la prima volta che mi sentivo davvero me stessa, perfettamente in pace con il mio corpo, con la mia mente e con la mia anima. Tutto era… giusto. Mi sembrava quasi sbagliato desiderare di voler ritornare dalla mia famiglia, quasi non mi appartenesse più come avrebbe dovuto. Ma, allo stesso tempo, Lydia era l’unica persona che sentissi quantomeno vicina ad una madre, ad un’amica. Per quanto riguardava gli altri, be'... loro mi spaventavano soltanto.
«Sapete… William ha avuto parecchie relazioni sentimentali, a differenza del signor Peter. Molte donne sono rimaste a dir poco colpite dal suo fascino e dalla sua avvenenza ed io vorrei mettervi in guardia… giacché ho paura che l’interesse che lui nutre nei vostri confronti possa diventare qualcosa di più».
Ero allibita. Aprii e chiusi più volte la bocca, incapace di parlare. Poi, respirando a pieni polmoni, trovai il coraggio di chiedere: «D-Dite sul serio?».
«Certo!», esclamò concitata. «Non sbaglio mai, sappiatelo. Conosco il signor William da quando era solo un pargoletto! L’ho accudito io quando la sua povera madre è venuta a mancare». Si irrigidì, poi sembrò riscuotersi. «Ad ogni modo, vorrei avvisarvi: non alimentate la sua attrazione nei vostri confronti… È già successo una volta, e non è finita bene».
Mi adombrai anch’io. «Che intendete dire?».
Lydia evitò di guardarmi e si ricompose. «Abbiamo parlato abbastanza, Charlotte, e io non ho ancora finito di spiegarvi tutte le vostre mansioni».
«Ma, signorina…».
«Volete seguirmi, prego?». Si stampò in faccia un piccolo sorriso, un sorriso finto che nascondeva quello che provava davvero. «C’è ancora molto che dovete vedere…».
«Lydia…».
«Andiamo, su!».
E si incamminò a grandi passi, sollevandosi le gonne all’altezza della caviglie, senza neanche guardarsi indietro per accertarsi che la stessi seguendo.
Con un profondo sospiro, mi affrettai a raggiungerla.
Nonostante
avessi voluto disperatamente farlo, non avevo mai avuto occasione di
chiederle spiegazioni. Dopo avermi fatto quella confidenza su William,
Lydia mi aveva trascinato di qua e di là per la casa spiegandomi il
resto delle mie mansioni e borbottando senza sosta, incurante della mia
espressione spaesata. Pur essendo stata assunta come cameriera personale
di Peter, sia la signora Jenkins che la signorina Lydia mi avevano
spiegato che, in sua assenza – quando era in città per lavoro – avrei
dovuto lavorare in cucina, a fianco della cuoca Beth, e nelle scuderie
insieme allo stalliere Robert; perciò, piuttosto a malincuore, ero stata
costretta ad accettare.
Finché fossi rimasta nel 1839, avrei dovuto comportarmi da perfetta cameriera dell'epoca vittoriana e domare l'animo ribelle e scontroso della vera Allison.
Il mio umore era peggiorato, però, appena ero venuta a sapere che – in previsione di viaggi piuttosto lunghi, in cui Peter avrebbe certamente richiesto i miei servigi – avrei dovuto accompagnarlo e fare tutto ciò che mi chiedeva.
Il che implicava che avrei dovuto perdere la testa cercando di soffocare l’odio che provavo nei suoi confronti. Soltanto a sentirlo nominare, mi sentivo invadere da un moto di stizza. No. Di ferocia.
Ci fossimo trovati nella stessa stanza e avessi avuto tra le mani un’arma qualsiasi, perfino un tacco a spillo, avrei dato sfogo a quei sentimenti turbolenti che covavo dentro di me. Sentimenti di cui, allo stesso tempo, provavo timore.
Non ero mai stata un tipo violento che cede subito a qualsiasi istinto, ma più cercavo di scervellarmi sul motivo secondo il quale lo detestassi, meno avevo le idee chiare a riguardo. Era un rompicapo e la mia presenza nel 1839 c’entrava senza alcun’ombra di dubbio qualcosa.
Tutto era collegato: Peter, addirittura William… solo che non riuscivo a capire perché, e che cosa li accomunasse.
Ciò che mi spaventava di più era proprio il mio autocontrollo.
Non era nel mio stile agire di istinto, ero piuttosto meditativa e di solito cercavo di riflettere su tutto ciò che mi succedeva, ma quale persona sana di mente non avrebbe dato di matto? Ero svenuta tre volte – includendo l’episodio della tempesta – e urlato anche come una forsennata, ma mi sconcertavo con quanta facilità fossi riuscita quasi ad accettare la cosa. Non avrei dovuto darmi pace e anzi, avrei dovuto tentare di scappare; invece mi ritrovavo a discutere semplicemente e placidamente con Lydia su quali atteggiamenti adottare con la signora Jenkins come se fosse…
Come se fosse normale.
E mi sentivo a mio agio, in pace con me stessa.
Non sarebbe dovuto affatto succedere.
Io…
«Sarete in prova per un mese», proferì la governante, strappandomi dai miei pensieri. «Se saprete compiacere il signor Peter, verrete assunta in modo definitivo... Per il momento, riceverete ogni settimana dalle dieci alle quindici sterline, ma, nel caso in cui tutto andasse bene, la paga dovrebbe aumentare del doppio. Pertanto, vi consiglio di impegnarvi sin dall’inizio a non disubbidire a nessuna delle undici regole che vi ho elencato stamani».
Annuii con più convinzione di quanta ne provassi in realtà. «Cercherò di non deludervi».
Lydia mi sorrise gentilmente. «Non sono io quella di cui dovete preoccuparvi, ma la signora Jenkins e il signor Peter». Mi invitò a seguirla con un cenno del capo. «Sono piuttosto esigenti, e perfino chi vive e serve in questa casa da anni e anni non riesce ad essere ancora del tutto impeccabile in ciò che fa».
Stetti al passo con un po’ di difficoltà, senza smettere di guardarla.
«Anche voi?».
«Io?». Si indicò, con occhi divertiti. «Oh, no! Ho vissuto qui tutta la mia giovinezza e molto probabilmente ci morirò anche. Ormai conosco così bene i miei padroni che non ho neanche bisogno di chiedere, per sapere cosa li soddisfi di più».
Ricambiai il sorriso che si era allargato sulle sue labbra dimenticando per una buona volta quello che mi aveva detto su William. «Avevate la mia età quando siete stata assunta?».
«Sì, ero poco più di una diciassettenne… All’epoca, il padrone di questa casa era il padre di William e Peter, il signor Richard – Richard Harrington – e non la signora Jenkins. Lavorare qui era molto più facile e soddisfacente. Mi permetteva addirittura di chiamarlo per nome, sebbene avessi sempre cercato di oppormi in virtù del rispetto che nutrivo nei suoi confronti. La mia educazione imponeva che dovessi rivolgermi a lui con la forma di cortesia, ma quell’uomo era così testardo che…». La voce le si spezzò per un momento. «Il signor William me lo ricorda, in un certo senso; anzi, potrei dire che sono praticamente identici, due autentiche gocce d’acqua. Ha gli occhi e il viso della madre, ma il carattere è tutto suo, tutto di Richard».
«E il signor Peter, invece?».
L’effetto che brulicava negli occhi di Lydia svanì, lasciando spazio ad una placida indifferenza. «Il signor Peter… be’, lui è diverso».
«In che senso?».
Si concesse il suo tempo per ponderare quella risposta, poi le sue parole mi tolsero il fiato: «Che, se non l’avessi visto nascere io direttamente dalle membra della signora Harrington, non avrei mai creduto che lei fosse sua madre».
«Continuo a non capire», mormorai, assottigliando gli occhi. «Intendete dire che avreste dato per scontato che fosse un figlio illegittimo?».
«No, affatto». Scosse la testa, come se volesse avvalorare ancora di più quella che secondo lei era una certezza. «Intendo dire che non mi sarebbero sembrati loro, gli Harrington, i suoi veri genitori».
«Che cosa?!», proruppi dal profondo della gola.
Si guardò intorno circospetta senza fare rumore, poi mi fulminò con lo sguardo. «Proprio così, Charlotte, ma questi non mi sembrano né il luogo, né il momento adatti per parlarne».
Sospirai. Per la seconda volta in quella giornata, si era interrotta sul più bello.
«Lydia…».
«Il signor Peter vi attende nella sua stanza… Non abbiamo tempo da perdere», tagliò corto. «Tenete il passo».
«Finalmente. Vi stavo aspettando».
La porta si richiuse alle mie spalle con un piccolo tonfo, mentre i miei occhi si soffermavano sulla misteriosa e figura di Peter Harrington.
Mi rivolgeva la schiena e aveva le mani appoggiate al davanzale della finestra, ma mi aveva comunque sentita entrare. Il suo sguardo si perdeva al di là dell’aspra e selvaggia brughiera che delimitava i confini del maniero.
Lo osservai voltarsi con lentezza verso di me, stupendomi di aver trattenuto il respiro per tutto il tempo e, quando i suoi occhi blu si fissarono nei miei, rilasciai un profondo respiro. I capelli scompigliati lo facevano sembrare molto più adolescente di quanto fosse in realtà, attribuendogli un’aria quasi sbarazzina. Mi chiesi come sarebbe stato vederlo sorridere, che cosa avrei provato, e per la prima volta da quando l’avevo conosciuto dimenticai l’odio che mi legava a lui cercando di andare ben oltre i miei sentimenti. Tra tutto quello che mi era successo, e continuava ancora a succedermi, Peter era senza alcun dubbio la cosa peggiore, quella di cui avevo più paura.
Da qualche parte dentro di me, ero più che sicura che lui c’entrasse qualcosa, che lui fosse, se non il perno principale, un pedone di quel gioco a scacchi in cui stavo sicuramente avendo la peggio. Al mio avversario piaceva nascondersi ma non sapeva che avrebbe incontrato ben presto qualcos’altro ad attenderlo: la mia determinazione. Chiunque fosse, non aveva scampo. Ne sarei uscita vincitrice, non avrei vacillato di fronte a niente e a nessuno.
«Che ci fate ancora lì?», domandò Peter, ghignando apertamente. «Mi auguro che non abbiate paura di me, signorina Turner».
Sollevai il mento – un atteggiamento di superiorità che mi sarebbe costato caro – accorgendomi troppo tardi di aver disobbedito alla prima regola. Malgrado ciò, imitai la stessa sicurezza dei suoi movimenti avvicinandomi a lui. «Ma certo che no, signor Peter», mormorai, con più di una nota di ironia nella voce.
Il ghigno strafottente che capeggiava sulle sue labbra cominciava ad innervosirmi. «Allora suppongo che non vi dispiacerà spogliarmi… o sbaglio?».
Sgranai gli occhi, aprendo e chiudendo la bocca più volte. L’aveva detto sul serio? Erano parole sue, quelle che erano appena uscite dalle sue labbra? Nessuno mi aveva avvisato che sarei dovuta arrivare a tanto!
«Vorrei godermi la mia abituale cavalcata pomeridiana ma non vorrei rovinare questi vestiti nuovi…». Dalla voce sembrava insinuare che non solo avrei dovuto spogliarlo, ma anche vestirlo poi. Ero pur sempre una ragazza, una diciassettenne in preda agli ormoni, ma prima di tutto una donna: Peter era molto attraente, non potevo negarlo, e proprio per questo mi ritrovai a vacillare di fronte a lui.
Allora, feci della mia paura più grande un’arma: cercai di pensare all’odio che provavo nei suoi confronti, sfruttandolo a mio vantaggio per mostrarmi indifferente al suo corpo virile e statuario.
In meno di due minuti, ci ritrovammo l’una negli occhi dell’altro; a separarci, c’era poco più di un centimetro e le sue labbra, ora, erano stirate in una piega sottile. Nel suo sguardo non c’era più alcun barlume di scherno, ma soltanto una sincera indifferenza che, in qualche modo, riuscì quasi a ferirmi.
Sorridendo appena, scossi la testa e gli sfilai dalle dita i guanti bianchi.
Poi appoggiai le mani sulle sue spalle.
Aveva un petto così ampio e possente che in confronto a lui mi sentivo piccola e indifesa. Non osavo affatto immaginare come sarebbe stato stare fra le sue braccia, che effetto mi avrebbe fatto e quali pensieri avrebbero invaso la mia mente.
«Dite di riuscire a muovervi prima di cena?».
Guardai altrove pur di non fulminarlo con lo sguardo.
«Abbiate pazienza. Non voglio rovinare i vostri vestiti».
E così dicendo gli tirai giù dalle spalle la giacca blu, facendogliela passare sotto le braccia; la ripiegai su se stessa e la poggiai sul letto alle mie spalle. Poi, gli snodai la cravatta inamidata e mi misi all’opera con la sua camicia bianca sfilando i bottoni dalle asole e scoprendo, mano a mano, il suo petto glabro e solcato dai muscoli possenti.
Avevo un’idea diversa degli inglesi, ma non solo di quelli dell’ottocento.
Li avevo sempre immaginati gracili e minuti, invece lui…
Lui sembrava un guerriero romano, forte e impavido.
Gli mancava solo una spada affilata da inforcare.
«State andando bene», disse, inclinando la testa per guardarmi. I suoi capelli scuri mi sfiorarono la fronte e il suo naso si scontrò con il mio. Trattenni il respiro quando accostò la bocca alla mia. «Ma non avete ancora finito».
Reclinai il collo per fissarlo negli occhi.
«La pazienza non è proprio il vostro forte, vero?».
Nonostante tutto, sorrisi divertita.
«Non mi piace aspettare». Sulla sua guancia era comparsa l'ombra di una fossetta. Appoggiò le mani sulle mie, spingendomele più in basso.
Sussultai, quando si fermò all'altezza dei calzoni. «Cercherò di accontentarvi».
Deglutii rumorosamente.
Ma che stavo dicendo? Accontentarlo? Non dovevo "accontentarlo"! Lui era il mio padrone! Pretendeva il massimo da me!
Cercai di velocizzarmi, senza essere troppo affrettata, altrimenti avrebbe pensato che fossi nervosa. La prima regola di una cameriera dell'ottocento era: mai mostrare ai propri padroni di avere dei punti deboli.
Loro avevano bisogno di stabilità, di sicurezza, di sentire tutto sotto controllo.
Non gli avrei dato la soddisfazione di pensare che fossi intimidita da lui.
Slacciai la cintura che gli reggeva i pantaloni e la sfilai dai passanti.
Poi, alzando la testa per guardarlo negli occhi, gli abbassai i calzoni all'altezza delle caviglie, aspettando che li scalciasse lontano da sé.
«Siete stata brava». Sembrava sincero, ma allo stesso tempo faticai a considerare quella frase un vero e proprio complimento.
Avevo l’impressione che non gli facesse molto piacere sapere che ero riuscita a tenergli testa senza batter ciglio di fronte al suo corpo nudo. Tenere bene a mente quanto l'odiassi mi aveva aiutato piuttosto bene: ero riuscita ad ignorare la sua bellezza come se nulla fosse ed ero fiera di me stessa. Avevo cercato di toccarlo il meno possibile; non perché temessi che il mio tocco potesse dargli fastidio, ma perché ero io, quella che cercava di rifuggire qualsiasi contatto. Non fosse stato per i miei sentimenti, probabilmente avrei reagito in un altro modo. Tuttavia, c'era qualcosa in lui... qualcosa di indefinibile che mi disgustava e che mi esortava a stargli alla larga.
I cattivi ragazzi non mi erano mai piaciuti. Non che il mio ex, Kyle, fosse stato un santo o un principe azzurro, (anzi, la mancanza di cervello compensava l'eccesso di testosterone facendo sì che la sua vita ruotasse esclusivamente attorno al sesso), ma i cosiddetti “pirati” o “bei tenebrosi” non mi attraevano granché. Avevo un debole per i ragazzi normali, con un cervello al posto giusto e ben funzionante. Non pretendevo la perfezione, tutt'altro, solo un comunissimo fidanzato con altre aspirazioni nella vita oltre che portarsi a letto una ragazza.
William.
Da quando l'avevo conosciuto, il mio cervello era stato programmato per pensare esclusivamente a lui, a prescindere dalla mia volontà.
Era il tipo che i miei genitori avrebbero subito accolto in casa, quel genere di ragazzo affidabile che sarebbe riuscito a custodire perfino un granello di sabbia.
Avevo continuato a svolgere i miei compiti nel più completo silenzio.
William era una soluzione molto più efficace e piacevole dell'odio: mi permetteva ancor meglio di non soffermarmi troppo sull’invitante rigidità dei muscoli delle spalle e delle braccia di Peter con uno sguardo da ricovero e portare a termine il mio compito con professionalità.
Gli avevo fatto indossare una lunga giubba bianca a due falde aperta sul dietro, dei pantaloni beige con la doppia abbottonatura sul davanti che arrivavano fino a metà polpacci e dei lunghi stivali di cuoio al ginocchio. Il risultato era più che soddisfacente, tanto che mi ritrovai a fissarlo senza pudore.
William, ricordati di William.
Come se ci potesse essere un futuro per noi,considerai poi con una smorfia.
Lydia mi aveva avvertita: dovevo stargli lontana, altrimenti non solo sarei stata licenziata – se avessi mostrato interesse nei suoi confronti – ma ne avrei pagato le conseguenze anche con la mia stessa pelle.
La governante sapeva qualcosa ma non voleva dirmelo.
Era già successo che una cameriera si innamorasse di lui e non era finita bene. Volevo sapere come, quando e perché. Una parte di me sperava che lei avesse mentito e che William non fosse il donnaiolo che aveva descritto… Quello che però non tornava era la sua espressione addolcita quando mi aveva parlato di lui. Gli voleva indubbiamente bene, quindi perché avrebbe dovuto sparare cattiverie sul suo conto se così non fosse stato? Forse, considerai, l’Inghilterra, il 1839, Haworth, William, Peter, Lydia e la signora Jenkins erano davvero un sogno.
Solo la mia mente poteva elaborare qualcosa di così intricato e surreale.
Reclinò la testa avvicinando le labbra al mio orecchio, come se stesse per sussurrarmi un segreto. «Ho sentito dire che siete piuttosto abile con i cavalli… É una diceria o è solo la verità?».
Mi ritrassi, insofferente al tocco della sua bocca su di me.
«Chi ve l’ha detto?», domandai, mordendomi la lingua subito dopo.
Avevo disubbidito all’ennesima regola, non ricordavo quale, e sapevo solo che avrei dovuto rispondere, non rivoltare la frittata.
Ma in fondo, non ero mai stata brava a fare quello che mi diceva la gente.
Inarcò un sopracciglio. «Avrebbe qualche importanza se ve lo dicessi?».
No, che non avrebbe avuto importanza, però volevo saperlo. Semplice curiosità. Mi convinsi che la cosa giusta da fare era smetterla di comportarmi da Allison Stevens, ed essere Charlotte Turner. Lei era dentro di me. Avevo creato una persona, un personaggio ed ora la sua vita era la mia. «No… signore».
Incurvò le labbra in un sorriso che assomigliava vagamente ad un ghigno derisorio. «Bene», mormorò. «Ma non avete risposto».
Mi concessi del tempo per rispondere. Avevo già le parole pronte a pizzicarmi le labbra, ma volevo pregustarmi l’attesa.
«Giudicate voi».
L’avevo fatto ancora. L’avevo di nuovo sfidato. E ne avrei ben presto pagato le conseguenze. Di quel passo, mi sarei ritrovata a fare le “valigie” – in senso metaforico – entro neanche una settimana.
Forse mi sarei ritrovata a vagabondare per il 1839 senza una meta, uno scopo per cui vivere, in attesa di risvegliarmi da quell’incubo spaventoso, in attesa di… andare via. Ma non avrei avuto scampo; nessuna porta magica si sarebbe aperta e nessuno sarebbe venuto a tirarmi fuori di lì. Dovevo restare in quella casa, a qualunque costo.
Perfino se ciò significava abbassare la cresta per un po’.
Perfino se ciò significava cambiare totalmente me stessa.
Il purosangue di Peter aveva uno sguardo feroce e incattivito.
Sebbene praticassi quello sport da quando ero piccola e avessi molta familiarità con i cavalli, il suo riusciva a mettermi in soggezione.
Fu molto difficile avvicinarlo. Gli animali fiutano la paura, ed io ne avevo fin troppa. Perciò, quando si issò sui zoccoli anteriori per scalciarmi via, non ne fui sorpresa. Ad aggravare la situazione, poi, c’era la presenza costante di Peter alle mie spalle, che sembrava studiare ogni mio movimento come se fossi io, la bestia da tenere costantemente sotto controllo. Nonostante ciò, riuscii comunque ad afferrare il cavallo per le redini. Si dimenò, fissandomi con quei suoi occhioni rossi e cercando di divincolarsi dalla mia presa.
«Diceria», mormorò Peter, ed ero certa che sulle sue labbra fosse già comparsa l’ombra di un ghigno.
Sapevo a cosa si stava riferendo, ma decisi di ignorarlo e di concentrarmi soltanto sul cavallo. Lo guardai con dolcezza, cercando di simulare le mie emozioni con un piccolo sorriso, avvicinandomi a lui malgrado la paura, per accarezzargli la criniera. Di solito funzionava con il mio cavallo; lo coccolavo un po’ e subito riuscivo a calmarlo. In questo caso, dovevo solo placare la sua furia.
«Come si chiama?». Fissai Peter al di sopra della mia spalla, continuando ad accarezzare il purosangue.
Aggrottò la fronte e mi lanciò uno sguardo scettico.
«Le bestie non hanno un nome».
«A quanto ne so, anche gli uomini si comportano da bestie, eppure mi risulta che un nome ce l’abbiano». Questa volta non mi preoccupai di tenere a freno la lingua, nonostante, come Lydia mi aveva detto, non avrei mai dovuto tener presente ai miei padroni la mia opinione.
«Giusta osservazione».
Mi affiancò, scrutando con i suoi occhi blu il suo cavallo.
Non sapevo spiegarmi come ma in qualche modo si assomigliavano. Entrambi trasudavano la stessa presunzione, la stessa arroganza. L’unica differenza era che, mentre l’uno era costantemente rigido e indifferente a qualsiasi cosa lo circondasse, l’altro non si preoccupava di mostrare i suoi sentimenti. A quel cavallo non mancava di certo la bellezza, né la velocità o l’agilità. Allo stesso tempo, però, i suoi sforzi non venivano compensati con l’affetto del suo padrone.
«Dovreste trattarlo meglio», borbottai.
«Ha qualcosa che non va?».
«No, è in forma, ma…».
«Allora credo di trattarlo più che bene», tagliò corto, aggirandomi per avvicinarsi a lui.
«Non ha bisogno solo di cibo e acqua. Deve essere coccolato un po’…».
«Coccolato?», mi interruppe, alzando la voce. «Stiamo parlando di un animale, signorina Turner, non di un bambino».
«E allora? C’è differenza tra uomo e animale? Entrambi sono degni di rispetto. Anzi, forse più i secondi che i primi».
«Siete una misantropa? Odiate il genere umano?».
Sgranai gli occhi. «Cosa? No! Volevo dire solo…».
«Allora la vostra opinione non mi interessa, Charlotte».
«Ma non potete trattare questo povero cavallo come carne da macello!», urlai costernata. «Guardatelo! È costantemente sotto pressione, ha gli occhi incavati come se non chiudesse occhio da giorni, si agita ogni cinque minuti e nitrisce a chiunque gli si avvicini. Ha bisogno di affetto, di qualcuno che gli voglia bene».
«I cavalli non sono fatti per essere domati. Servono solo ai soldati per combattere le guerre e ai nobili per godersi una cavalcata quando meglio li aggrada».
Non ero allibita. Ero scioccata. «Siete… siete… siete assolutamente insensibile!». E addio ai miei buoni propositi di abbassare la cresta e di cambiare totalmente me stessa...
I suoi occhi si incupirono. «E voi una piccola stupida!».
Digrignai i denti, stringendo i pugni. Volevo fargliela pagare, volevo stringergli le dita attorno al collo e soffocarlo, volevo ucciderlo… Un odio feroce mi pervase, facendomi vibrare da capo a piedi.
«Siete senza cuore», sibilai, appoggiandogli le mani al petto per spingerlo via.
Qualcosa di indescrivibile, di sinistro, gli attraversò lo sguardo. «Ci siete molto vicina, eppure… no: non è il cuore che mi manca».
Non c’era ironia nelle sue parole, ma solo… sincerità, glaciale sincerità.
«Non vi credo», mi azzardai a dire. «Voi non avete dei sentimenti».
Mi strinse i fianchi con prepotenza, ma non con possessività, schiacciandomi al suo corpo. «E avete ragione», replicò, mordendomi con furia l’angolo della bocca. Provai a spingerlo via, con scarsi risultati. «Ma vi sbagliate».
Inclinai il collo per fissarlo negli occhi. «Come faccio ad avere ragione se mi sbaglio?».
«Lo capirete quando ormai per voi sarà già troppo tardi».
Ora cominciavo a spaventarmi sul serio. «Che intendete dire?».
Mi aveva già voltato le spalle.
Prima di infiltrarsi sotto una coltre di nubi grigiastre si volse di nuovo a guardarmi. «Avete cinque minuti per preparare il cavallo. Nel frattempo è meglio per voi se pregate che non vi licenzi».
«Perché, siete ancora indeciso?».
Non ricevetti risposta.
Se n’era già andato.
Allora rivolsi lo sguardo al purosangue, stirando le labbra in un sorriso.
«Ti chiamerò… Spirit, come il cavallo della Dreamworks. Ti piace?».
Interpretai il suo forte nitrito come un cenno di assenso.
E quando la furia nei suoi occhi rossi si spense, lasciando posto ad uno sguardo tranquillo, il peso che avevo sul petto si acquietò un po’.
Spirit era il cavallo più veloce su cui avessi mai posato gli occhi.
Sembrava quasi volare e non toccare mai terra con gli zoccoli.
Nonostante fosse Peter a controllare i suoi movimenti, tirando di tanto in tanto le redini per costringerlo a rallentare la sua corsa, avevo quasi l’impressione che si muovesse indipendentemente dalla volontà del suo padrone, come se fosse lui a guidarlo, e non il contrario, come se fosse libero.
Chiunque, come me, avrebbe dato per scontato che rabbonire il suo spirito ribelle e selvaggio sarebbe stato difficile e, in effetti, non si sarebbe affatto sbagliato.
Ero incantata. Lo ero così tanto da essere riuscita a dimenticare perfino le parole di Peter.
Be’, non del tutto.
Ogni poco mi ritornavano in mente come se non avessi mai abbandonato quel momento.
«Lo capirete quando ormai per voi sarà già troppo tardi».
C’era un messaggio sottinteso in quella frase. Un messaggio che Peter non si era preoccupato affatto di nascondere, come se l’avesse messo lì, in bella mostra, ad aspettare che io ne cogliessi il senso.
Facile a dirsi, ma non a farsi.
Non che fossi stupida o lenta di comprendonio, ma mi mancavano le informazioni materiali per risolvere quella sottospecie di indovinello.
Che cosa voleva dire? Che avrei capito – cosa, non lo sapevo nemmeno – un secondo prima di morire? Quel “troppo tardi” avrebbe potuto avere qualsiasi significato… o forse no.
Mai come in quel momento avrei voluto poter riabbracciare mio fratello.
Briansarebbe riuscito a cavarsela in qualunque situazione; per lui, niente era impossibile. Non si sarebbe sentito così impreparato, né così confuso. Molto probabilmente, riflettei con un sorriso, si sarebbe guardato intorno e avrebbe esclamato qualcosa del tipo: «È una gran figata!», senza preoccuparsi minimamente di che cosa avrebbero potuto pensare la signora Jenkins, o Lydia, o addirittura Peter. Era capace di adattarsi a qualsiasi cosa, imitando alla perfezione qualunque personaggio dei suoi videogiochi preferiti.
Di certo se la sarebbe cavata molto meglio di me.
«Petee!».
Qualcuno urlò alle mie spalle, facendomi sobbalzare, e automaticamente mi voltai, prima ancora di rendermene conto.
La voce apparteneva ad una ragazza. Aveva quasi la mia stessa età, forse avevamo solo un anno di differenza, anche se non potevo darlo per certo. I suoi atteggiamenti la facevano sembrare molto più piccola di quanto fosse in realtà: ancheggiava con i suoi fianchi morbidi senza rendersi minimamente conto dei suoi movimenti, come se la sua fosse l’imitazione di una donna sensuale, suadente, consapevole del proprio corpo. Sembrava quasi intrappolata in quel suo abito di velluto verde speranza e, in qualche modo, mi faceva un po’... tenerezza.
Perlomeno, finché non mi squadrò con un’espressione saccente in viso, arricciando il naso disgustata, e non aprì bocca.
Aggrottò la fronte. «E voi chi siete?», chiese, non perché fosse realmente interessata, ma solo per capire se rappresentassi un’eventuale minaccia per lei.
Chissà, forse pensava che avessi invaso il suo “territorio”.
Che stupida.
In quel momento mi chiedevo soltanto come riuscisse a stare in piedi con tutto il peso che era costretta a reggere sulla testa, senza cadere: i capelli scuri, raccolti in un’elaborata acconciatura impossibile da descrivere, raggiungevano quasi i dieci centimetri di altezza facendole abboccare ogni tanto la testa di lato.
Perdeva del tutto di considerazione.
In fondo ero abituata alle cosiddette “minacce” delle cheerleaders della squadra della Hamilton High School; se non altro, quando io e Kyle eravamo ancora fidanzati.
Quarterback della squadra di football, il mio ex ragazzo avrebbe potuto fidanzarsi soltanto con una ragazza al liceo, ossia la capo cheerleader Jillian “Jill” Blunt, conosciuta da tutti come “testa-vuota-Jill”. O, almeno, era questo che imponevano i cliché della vecchia scuola. Non che le sue provocazioni avessero mai funzionato con me e io avessi deciso di lasciare Kyle in preda alla paura (l’unica cosa che avrebbe potuto farmi era tentare di spezzarmi un’unghia) ma, in confronto a quell’insulsa ragazzina che stava cercando di intimidirmi – per inciso, perdendo tempo, visto che non ero minimamente interessata al suo “Petee” – Jillian era un cane rabbioso da temere senza alcun’ombra di dubbio.
Perciò, se pensava di spaventarmi, si sbagliava di grosso.
Persa nei miei pensieri, non mi accorsi che Peter si era avvicinato. In groppa al suo stallone, impennò e poi saltò giù, atterrando con i piedi ben piantati per terrà. Mi fece cenno di avvicinarmi e, non appena lo feci, mi schiaffò in mano le redini del cavallo, sistemandosi la giubba e il cravattino e raggiungendo la ragazza. Per quello che ne sapevo, poteva essere benissimo la sua fidanzata.
Be’, chiunque fosse e qualsiasi fossero i suoi rapporti con lui non me ne fregava niente.
Trovavo ben più interessanti le faccende sentimentali di William…
Spirit nitrì, come a volermi ricordare che neanche di lui avrebbe dovuto importarmi. Lydia era stata piuttosto chiara a riguardo: dovevo tenere lontani gli occhi e le mani dal maggiore degli Harrington.
Eppure sembravo non aver ancora capito come stessero le cose.
«Ehi, bello», mormorai al cavallo, sorridendo appena. «Sei stato davvero fantastico poco fa».
«Non può rispondervi, mia cara», osservò, con tono volutamente ovvio, la ragazza alle mie spalle, come se stesse spiegando una sciocchezza a un bambino. Finsi di non averla sentita, accarezzando il muso di Spirit con un’espressione serena sulla faccia. «Sto parlando con voi, signorina».
La fissai al di sopra della mia spalla, guadagnandomi un’occhiataccia da parte di Peter che puntualmente ignorai.
«Allora se proprio dovete rivolgervi a me, ricordatevi di usare il mio vero nome», la rimbeccai. «Mi chiamo Charlotte». Le rivolsi il sorriso più finto e stucchevole che fossi riuscita a trovare, quasi volessi illuderla che per me fosse un piacere conoscerla. «E, comunque, so bene che non può parlarmi, ma di certo non è stupido. I cavalli sono animali molto intelligenti. È in grado di capire perfettamente le mie parole… a differenza di molti altri».
Roteai le sopracciglia in modo eloquente, come ad indicare che, per “molti altri”, mi riferissi soprattutto a lei.
Restò in silenzio. Avrei scommesso un milione di dollari che non fosse riuscita ad afferrare il concetto e non sapesse come ribattere.
«Abigail», disse Peter, distogliendo l’attenzione della ragazzina da me. «Non sapevo fossi qui. Non eri con Elizabeth?».
«Mia madre non te l’ha detto? Sono tornata da Londra insieme a lei…».
A quel punto, smisi di ascoltare.
Mi isolai da Haworth, dall’Inghilterra, dal 1839, cercando di ricordare come fosse il ventunesimo secolo, la mia famiglia e i miei… i miei amici no. Io non ne avevo. Non che fossi un’emarginata che in mensa si sedeva da sola il più lontano possibile da tutto e tutti, anzi, il mio gruppo era piuttosto popolare e, così come Jillian, avevo uno stuolo di compagne che mi venivano sempre dietro ma… ma…
C’era sempre un “ma”.
A scuola tutti mi idolatravano per il mio nome, per i miei soldi, non per quella che ero davvero. Gli Stevens erano una delle famiglie più ricche della città ed essere mio amico significava accedere automaticamente ai club più esclusivi.
Perfino Jillian, che mi aveva sempre odiato, prima che mi mettessi con Kyle e dopo che c’eravamo lasciati aveva cercato di allacciare rapporti con me pur di sfruttare tutto ciò che rappresentavo. La compagnia non mi mancava mai a pranzo, durante le lezioni e nemmeno il sabato sera eppure, allo stesso tempo, ero sola, isolata, e non avevo nessuno su cui contare davvero.
Nessuno, tranne i miei genitori e mio fratello. Nessuno, tranne me stessa.
«Sei molto bello, sai?», mi complimentai, come se Spirit avesse davvero potuto rispondermi. Gli accarezzai il muso, ridacchiando quando si strofinò contro la mia mano nitrendo gentilmente e smuovendo la sua folta criniera corvina. «Non sai cosa darei per poterti cavalcare almeno una volta».
«Charlotte».
Scattai sull’attenti, voltandomi di scatto.
Peter aveva smesso di parlare con Abigail e ora mi guardava, severo.
«Sì?».
«Portalo nelle scuderie e pettinagli la criniera», mi ordinò, indicando il cavallo alle mie spalle.
Trassi un lungo sospiro e, così come mi era stato detto, afferrai le redini dello stallone. Quello che non avrei affatto previsto era che si ribellasse ai miei tentativi di condurlo nella stalla. Infatti, nitrendo arrabbiato, sbuffò e si dimenò, ergendosi con gli zoccoli e cercando di divincolarsi dalla mia presa.
Per nulla intimidita, mi lanciai verso di lui, cercando di tranquillizzarlo.
«Shhh, shhh… Calma, piccolo, non è niente, su, dai…».
Incontrai il suo sguardo inferocito, di nuovo illuminato da un barlume rosso fuoco, e allora sì, che ebbi paura. Prima che potessi impedirlo, mi colpì allo stomaco con gli zoccoli, facendomi ruzzolare all’indietro.
«Charlotte!», esclamò Peter, ma non seppi dire se il suo tono fosse arrabbiato o preoccupato.
Mi contorsi dal dolore, annaspando.
Ero caduta a gambe all’aria nel fango, ma non mi importava. Sarei stata licenziata e avrei perso tutto, ma ancora una volta non mi importava.
Vedevo solo rosso, e non riuscivo a rialzarmi da terra.
Allison, alzati.
Come percossa da una scarica elettrica, scattai in piedi.
Urlai, disperata, stringendomi la testa fra le mani.
Fili metallici mi attraversavano il cervello, producendo uno stridio assordante nella mia mente.
Allison, guardami.
«No, smettila! Smettila!».
Aprii e chiusi gli occhi più volte premendomi le mani sul viso e grattandomi la pelle, come se volessi strapparmela via.
Lingue di fuoco zampillarono attraverso le mie palpebre.
Allison, ascoltami.
«Fallo smettere! Fallo smettere!», piagnucolai, disperata, agitandomi come se fossi posseduta dal demonio. Avvertii uno spostamento dentro di me, come se nessuna di tutte le mie sensazioni fosse più al suo posto e prevalesse solo il caos. Boccheggiai, stringendomi la gola. Mi mancava l’aria.
Allison…
E poi l’ossigeno mi fu restituito così come mi era stato sottratto. Il sangue rifluì nelle mie vene, coagulandosi. Il mio respiro si regolarizzò. Gli occhi ritornarono normali e la testa fu sgombrata da qualsiasi pensiero.
Avevo la mente leggera e tutto aveva ripreso il suo aspetto originario.
Allison…
Rialzai lo sguardo.
Possibile che fosse stato un angelo a farmi questo?
L’alone bianco che lo circondava mi accecò così tanto che fui costretta a socchiudere le palpebre, come se tutta quella bellezza fosse troppo, troppo per me, come se non fossi degna della sua magnificenza.
Era stato… lui – qualunque cosa fosse – a procurarmi quel dolore alla testa. Ne ero certa.
«Chi sei? Che cosa vuoi da me?».
Sembrò quasi inclinare il capo – non potevo dirlo con certezza, visto che era una massa informe di luce – come se volesse osservarmi da tutt’altra angolazione. Cominciò a sfavillare ancora di più di prima, poi si acquietò nuovamente, permettendomi di guardarlo meglio.
Quando assunse una forma pressoché identica a quella umana mi raggelai sul posto.
Era un bambino… o almeno così sembrava.
Il suo viso era composto da piccole stelle, che si raggruppavano come le tessere di un puzzle, attribuendogli un aspetto… familiare.
Sì… l’avevo già visto da qualche parte.
E-Era… mio fratello! Era mio fratello! Solo che… in questa versione aveva ancora dieci anni. Come… com’era possibile?
«B-Brian… s-sei… tu?».
Ma il suo aspetto, così come si era rivelato, cambiò improvvisamente. Le stelle si smembrarono, assumendo una composizione del tutto diversa dalla precedente.
Ora… ero… io.
Stavo guardando un riflesso remoto di me stessa.
Quando l’Allison bambina allungò una mano verso di me, la stelle si sgretolarono di nuovo in polvere di luce, appropriandosi delle sembianze di qualcun’altro.
Allison,
«Chi diavolo sei? Che cosa vuoi da me?».
devi
I fili metallici si insinuarono per la seconda volta tra i miei pensieri.
stargli
«NO! Ti prego, ti supplico…».
La voce mi si spezzò all’ultimo.
lontana…
Mi accartocciai sul mio stesso corpo, stringendomi la testa fra le mani. «BASTA!».
Hai capito?
Annaspai, cercai di supplicarlo di smetterla.
«Charlotte!».
Devi stragli lontana.
«P-P… eter».
«CHARLOTTE!».
Allison,
«Peter…».
questo è il mio ultimo avvertimento.
Poi l’angelo svanì. La luce svanì. E su di me calarono le tenebre.
Finché fossi rimasta nel 1839, avrei dovuto comportarmi da perfetta cameriera dell'epoca vittoriana e domare l'animo ribelle e scontroso della vera Allison.
Il mio umore era peggiorato, però, appena ero venuta a sapere che – in previsione di viaggi piuttosto lunghi, in cui Peter avrebbe certamente richiesto i miei servigi – avrei dovuto accompagnarlo e fare tutto ciò che mi chiedeva.
Il che implicava che avrei dovuto perdere la testa cercando di soffocare l’odio che provavo nei suoi confronti. Soltanto a sentirlo nominare, mi sentivo invadere da un moto di stizza. No. Di ferocia.
Ci fossimo trovati nella stessa stanza e avessi avuto tra le mani un’arma qualsiasi, perfino un tacco a spillo, avrei dato sfogo a quei sentimenti turbolenti che covavo dentro di me. Sentimenti di cui, allo stesso tempo, provavo timore.
Non ero mai stata un tipo violento che cede subito a qualsiasi istinto, ma più cercavo di scervellarmi sul motivo secondo il quale lo detestassi, meno avevo le idee chiare a riguardo. Era un rompicapo e la mia presenza nel 1839 c’entrava senza alcun’ombra di dubbio qualcosa.
Tutto era collegato: Peter, addirittura William… solo che non riuscivo a capire perché, e che cosa li accomunasse.
Ciò che mi spaventava di più era proprio il mio autocontrollo.
Non era nel mio stile agire di istinto, ero piuttosto meditativa e di solito cercavo di riflettere su tutto ciò che mi succedeva, ma quale persona sana di mente non avrebbe dato di matto? Ero svenuta tre volte – includendo l’episodio della tempesta – e urlato anche come una forsennata, ma mi sconcertavo con quanta facilità fossi riuscita quasi ad accettare la cosa. Non avrei dovuto darmi pace e anzi, avrei dovuto tentare di scappare; invece mi ritrovavo a discutere semplicemente e placidamente con Lydia su quali atteggiamenti adottare con la signora Jenkins come se fosse…
Come se fosse normale.
E mi sentivo a mio agio, in pace con me stessa.
Non sarebbe dovuto affatto succedere.
Io…
«Sarete in prova per un mese», proferì la governante, strappandomi dai miei pensieri. «Se saprete compiacere il signor Peter, verrete assunta in modo definitivo... Per il momento, riceverete ogni settimana dalle dieci alle quindici sterline, ma, nel caso in cui tutto andasse bene, la paga dovrebbe aumentare del doppio. Pertanto, vi consiglio di impegnarvi sin dall’inizio a non disubbidire a nessuna delle undici regole che vi ho elencato stamani».
Annuii con più convinzione di quanta ne provassi in realtà. «Cercherò di non deludervi».
Lydia mi sorrise gentilmente. «Non sono io quella di cui dovete preoccuparvi, ma la signora Jenkins e il signor Peter». Mi invitò a seguirla con un cenno del capo. «Sono piuttosto esigenti, e perfino chi vive e serve in questa casa da anni e anni non riesce ad essere ancora del tutto impeccabile in ciò che fa».
Stetti al passo con un po’ di difficoltà, senza smettere di guardarla.
«Anche voi?».
«Io?». Si indicò, con occhi divertiti. «Oh, no! Ho vissuto qui tutta la mia giovinezza e molto probabilmente ci morirò anche. Ormai conosco così bene i miei padroni che non ho neanche bisogno di chiedere, per sapere cosa li soddisfi di più».
Ricambiai il sorriso che si era allargato sulle sue labbra dimenticando per una buona volta quello che mi aveva detto su William. «Avevate la mia età quando siete stata assunta?».
«Sì, ero poco più di una diciassettenne… All’epoca, il padrone di questa casa era il padre di William e Peter, il signor Richard – Richard Harrington – e non la signora Jenkins. Lavorare qui era molto più facile e soddisfacente. Mi permetteva addirittura di chiamarlo per nome, sebbene avessi sempre cercato di oppormi in virtù del rispetto che nutrivo nei suoi confronti. La mia educazione imponeva che dovessi rivolgermi a lui con la forma di cortesia, ma quell’uomo era così testardo che…». La voce le si spezzò per un momento. «Il signor William me lo ricorda, in un certo senso; anzi, potrei dire che sono praticamente identici, due autentiche gocce d’acqua. Ha gli occhi e il viso della madre, ma il carattere è tutto suo, tutto di Richard».
«E il signor Peter, invece?».
L’effetto che brulicava negli occhi di Lydia svanì, lasciando spazio ad una placida indifferenza. «Il signor Peter… be’, lui è diverso».
«In che senso?».
Si concesse il suo tempo per ponderare quella risposta, poi le sue parole mi tolsero il fiato: «Che, se non l’avessi visto nascere io direttamente dalle membra della signora Harrington, non avrei mai creduto che lei fosse sua madre».
«Continuo a non capire», mormorai, assottigliando gli occhi. «Intendete dire che avreste dato per scontato che fosse un figlio illegittimo?».
«No, affatto». Scosse la testa, come se volesse avvalorare ancora di più quella che secondo lei era una certezza. «Intendo dire che non mi sarebbero sembrati loro, gli Harrington, i suoi veri genitori».
«Che cosa?!», proruppi dal profondo della gola.
Si guardò intorno circospetta senza fare rumore, poi mi fulminò con lo sguardo. «Proprio così, Charlotte, ma questi non mi sembrano né il luogo, né il momento adatti per parlarne».
Sospirai. Per la seconda volta in quella giornata, si era interrotta sul più bello.
«Lydia…».
«Il signor Peter vi attende nella sua stanza… Non abbiamo tempo da perdere», tagliò corto. «Tenete il passo».
«Finalmente. Vi stavo aspettando».
La porta si richiuse alle mie spalle con un piccolo tonfo, mentre i miei occhi si soffermavano sulla misteriosa e figura di Peter Harrington.
Mi rivolgeva la schiena e aveva le mani appoggiate al davanzale della finestra, ma mi aveva comunque sentita entrare. Il suo sguardo si perdeva al di là dell’aspra e selvaggia brughiera che delimitava i confini del maniero.
Lo osservai voltarsi con lentezza verso di me, stupendomi di aver trattenuto il respiro per tutto il tempo e, quando i suoi occhi blu si fissarono nei miei, rilasciai un profondo respiro. I capelli scompigliati lo facevano sembrare molto più adolescente di quanto fosse in realtà, attribuendogli un’aria quasi sbarazzina. Mi chiesi come sarebbe stato vederlo sorridere, che cosa avrei provato, e per la prima volta da quando l’avevo conosciuto dimenticai l’odio che mi legava a lui cercando di andare ben oltre i miei sentimenti. Tra tutto quello che mi era successo, e continuava ancora a succedermi, Peter era senza alcun dubbio la cosa peggiore, quella di cui avevo più paura.
Da qualche parte dentro di me, ero più che sicura che lui c’entrasse qualcosa, che lui fosse, se non il perno principale, un pedone di quel gioco a scacchi in cui stavo sicuramente avendo la peggio. Al mio avversario piaceva nascondersi ma non sapeva che avrebbe incontrato ben presto qualcos’altro ad attenderlo: la mia determinazione. Chiunque fosse, non aveva scampo. Ne sarei uscita vincitrice, non avrei vacillato di fronte a niente e a nessuno.
«Che ci fate ancora lì?», domandò Peter, ghignando apertamente. «Mi auguro che non abbiate paura di me, signorina Turner».
Sollevai il mento – un atteggiamento di superiorità che mi sarebbe costato caro – accorgendomi troppo tardi di aver disobbedito alla prima regola. Malgrado ciò, imitai la stessa sicurezza dei suoi movimenti avvicinandomi a lui. «Ma certo che no, signor Peter», mormorai, con più di una nota di ironia nella voce.
Il ghigno strafottente che capeggiava sulle sue labbra cominciava ad innervosirmi. «Allora suppongo che non vi dispiacerà spogliarmi… o sbaglio?».
Sgranai gli occhi, aprendo e chiudendo la bocca più volte. L’aveva detto sul serio? Erano parole sue, quelle che erano appena uscite dalle sue labbra? Nessuno mi aveva avvisato che sarei dovuta arrivare a tanto!
«Vorrei godermi la mia abituale cavalcata pomeridiana ma non vorrei rovinare questi vestiti nuovi…». Dalla voce sembrava insinuare che non solo avrei dovuto spogliarlo, ma anche vestirlo poi. Ero pur sempre una ragazza, una diciassettenne in preda agli ormoni, ma prima di tutto una donna: Peter era molto attraente, non potevo negarlo, e proprio per questo mi ritrovai a vacillare di fronte a lui.
Allora, feci della mia paura più grande un’arma: cercai di pensare all’odio che provavo nei suoi confronti, sfruttandolo a mio vantaggio per mostrarmi indifferente al suo corpo virile e statuario.
In meno di due minuti, ci ritrovammo l’una negli occhi dell’altro; a separarci, c’era poco più di un centimetro e le sue labbra, ora, erano stirate in una piega sottile. Nel suo sguardo non c’era più alcun barlume di scherno, ma soltanto una sincera indifferenza che, in qualche modo, riuscì quasi a ferirmi.
Sorridendo appena, scossi la testa e gli sfilai dalle dita i guanti bianchi.
Poi appoggiai le mani sulle sue spalle.
Aveva un petto così ampio e possente che in confronto a lui mi sentivo piccola e indifesa. Non osavo affatto immaginare come sarebbe stato stare fra le sue braccia, che effetto mi avrebbe fatto e quali pensieri avrebbero invaso la mia mente.
«Dite di riuscire a muovervi prima di cena?».
Guardai altrove pur di non fulminarlo con lo sguardo.
«Abbiate pazienza. Non voglio rovinare i vostri vestiti».
E così dicendo gli tirai giù dalle spalle la giacca blu, facendogliela passare sotto le braccia; la ripiegai su se stessa e la poggiai sul letto alle mie spalle. Poi, gli snodai la cravatta inamidata e mi misi all’opera con la sua camicia bianca sfilando i bottoni dalle asole e scoprendo, mano a mano, il suo petto glabro e solcato dai muscoli possenti.
Avevo un’idea diversa degli inglesi, ma non solo di quelli dell’ottocento.
Li avevo sempre immaginati gracili e minuti, invece lui…
Lui sembrava un guerriero romano, forte e impavido.
Gli mancava solo una spada affilata da inforcare.
«State andando bene», disse, inclinando la testa per guardarmi. I suoi capelli scuri mi sfiorarono la fronte e il suo naso si scontrò con il mio. Trattenni il respiro quando accostò la bocca alla mia. «Ma non avete ancora finito».
Reclinai il collo per fissarlo negli occhi.
«La pazienza non è proprio il vostro forte, vero?».
Nonostante tutto, sorrisi divertita.
«Non mi piace aspettare». Sulla sua guancia era comparsa l'ombra di una fossetta. Appoggiò le mani sulle mie, spingendomele più in basso.
Sussultai, quando si fermò all'altezza dei calzoni. «Cercherò di accontentarvi».
Deglutii rumorosamente.
Ma che stavo dicendo? Accontentarlo? Non dovevo "accontentarlo"! Lui era il mio padrone! Pretendeva il massimo da me!
Cercai di velocizzarmi, senza essere troppo affrettata, altrimenti avrebbe pensato che fossi nervosa. La prima regola di una cameriera dell'ottocento era: mai mostrare ai propri padroni di avere dei punti deboli.
Loro avevano bisogno di stabilità, di sicurezza, di sentire tutto sotto controllo.
Non gli avrei dato la soddisfazione di pensare che fossi intimidita da lui.
Slacciai la cintura che gli reggeva i pantaloni e la sfilai dai passanti.
Poi, alzando la testa per guardarlo negli occhi, gli abbassai i calzoni all'altezza delle caviglie, aspettando che li scalciasse lontano da sé.
«Siete stata brava». Sembrava sincero, ma allo stesso tempo faticai a considerare quella frase un vero e proprio complimento.
Avevo l’impressione che non gli facesse molto piacere sapere che ero riuscita a tenergli testa senza batter ciglio di fronte al suo corpo nudo. Tenere bene a mente quanto l'odiassi mi aveva aiutato piuttosto bene: ero riuscita ad ignorare la sua bellezza come se nulla fosse ed ero fiera di me stessa. Avevo cercato di toccarlo il meno possibile; non perché temessi che il mio tocco potesse dargli fastidio, ma perché ero io, quella che cercava di rifuggire qualsiasi contatto. Non fosse stato per i miei sentimenti, probabilmente avrei reagito in un altro modo. Tuttavia, c'era qualcosa in lui... qualcosa di indefinibile che mi disgustava e che mi esortava a stargli alla larga.
I cattivi ragazzi non mi erano mai piaciuti. Non che il mio ex, Kyle, fosse stato un santo o un principe azzurro, (anzi, la mancanza di cervello compensava l'eccesso di testosterone facendo sì che la sua vita ruotasse esclusivamente attorno al sesso), ma i cosiddetti “pirati” o “bei tenebrosi” non mi attraevano granché. Avevo un debole per i ragazzi normali, con un cervello al posto giusto e ben funzionante. Non pretendevo la perfezione, tutt'altro, solo un comunissimo fidanzato con altre aspirazioni nella vita oltre che portarsi a letto una ragazza.
William.
Da quando l'avevo conosciuto, il mio cervello era stato programmato per pensare esclusivamente a lui, a prescindere dalla mia volontà.
Era il tipo che i miei genitori avrebbero subito accolto in casa, quel genere di ragazzo affidabile che sarebbe riuscito a custodire perfino un granello di sabbia.
Avevo continuato a svolgere i miei compiti nel più completo silenzio.
William era una soluzione molto più efficace e piacevole dell'odio: mi permetteva ancor meglio di non soffermarmi troppo sull’invitante rigidità dei muscoli delle spalle e delle braccia di Peter con uno sguardo da ricovero e portare a termine il mio compito con professionalità.
Gli avevo fatto indossare una lunga giubba bianca a due falde aperta sul dietro, dei pantaloni beige con la doppia abbottonatura sul davanti che arrivavano fino a metà polpacci e dei lunghi stivali di cuoio al ginocchio. Il risultato era più che soddisfacente, tanto che mi ritrovai a fissarlo senza pudore.
William, ricordati di William.
Come se ci potesse essere un futuro per noi,considerai poi con una smorfia.
Lydia mi aveva avvertita: dovevo stargli lontana, altrimenti non solo sarei stata licenziata – se avessi mostrato interesse nei suoi confronti – ma ne avrei pagato le conseguenze anche con la mia stessa pelle.
La governante sapeva qualcosa ma non voleva dirmelo.
Era già successo che una cameriera si innamorasse di lui e non era finita bene. Volevo sapere come, quando e perché. Una parte di me sperava che lei avesse mentito e che William non fosse il donnaiolo che aveva descritto… Quello che però non tornava era la sua espressione addolcita quando mi aveva parlato di lui. Gli voleva indubbiamente bene, quindi perché avrebbe dovuto sparare cattiverie sul suo conto se così non fosse stato? Forse, considerai, l’Inghilterra, il 1839, Haworth, William, Peter, Lydia e la signora Jenkins erano davvero un sogno.
Solo la mia mente poteva elaborare qualcosa di così intricato e surreale.
Reclinò la testa avvicinando le labbra al mio orecchio, come se stesse per sussurrarmi un segreto. «Ho sentito dire che siete piuttosto abile con i cavalli… É una diceria o è solo la verità?».
Mi ritrassi, insofferente al tocco della sua bocca su di me.
«Chi ve l’ha detto?», domandai, mordendomi la lingua subito dopo.
Avevo disubbidito all’ennesima regola, non ricordavo quale, e sapevo solo che avrei dovuto rispondere, non rivoltare la frittata.
Ma in fondo, non ero mai stata brava a fare quello che mi diceva la gente.
Inarcò un sopracciglio. «Avrebbe qualche importanza se ve lo dicessi?».
No, che non avrebbe avuto importanza, però volevo saperlo. Semplice curiosità. Mi convinsi che la cosa giusta da fare era smetterla di comportarmi da Allison Stevens, ed essere Charlotte Turner. Lei era dentro di me. Avevo creato una persona, un personaggio ed ora la sua vita era la mia. «No… signore».
Incurvò le labbra in un sorriso che assomigliava vagamente ad un ghigno derisorio. «Bene», mormorò. «Ma non avete risposto».
Mi concessi del tempo per rispondere. Avevo già le parole pronte a pizzicarmi le labbra, ma volevo pregustarmi l’attesa.
«Giudicate voi».
L’avevo fatto ancora. L’avevo di nuovo sfidato. E ne avrei ben presto pagato le conseguenze. Di quel passo, mi sarei ritrovata a fare le “valigie” – in senso metaforico – entro neanche una settimana.
Forse mi sarei ritrovata a vagabondare per il 1839 senza una meta, uno scopo per cui vivere, in attesa di risvegliarmi da quell’incubo spaventoso, in attesa di… andare via. Ma non avrei avuto scampo; nessuna porta magica si sarebbe aperta e nessuno sarebbe venuto a tirarmi fuori di lì. Dovevo restare in quella casa, a qualunque costo.
Perfino se ciò significava abbassare la cresta per un po’.
Perfino se ciò significava cambiare totalmente me stessa.
Il purosangue di Peter aveva uno sguardo feroce e incattivito.
Sebbene praticassi quello sport da quando ero piccola e avessi molta familiarità con i cavalli, il suo riusciva a mettermi in soggezione.
Fu molto difficile avvicinarlo. Gli animali fiutano la paura, ed io ne avevo fin troppa. Perciò, quando si issò sui zoccoli anteriori per scalciarmi via, non ne fui sorpresa. Ad aggravare la situazione, poi, c’era la presenza costante di Peter alle mie spalle, che sembrava studiare ogni mio movimento come se fossi io, la bestia da tenere costantemente sotto controllo. Nonostante ciò, riuscii comunque ad afferrare il cavallo per le redini. Si dimenò, fissandomi con quei suoi occhioni rossi e cercando di divincolarsi dalla mia presa.
«Diceria», mormorò Peter, ed ero certa che sulle sue labbra fosse già comparsa l’ombra di un ghigno.
Sapevo a cosa si stava riferendo, ma decisi di ignorarlo e di concentrarmi soltanto sul cavallo. Lo guardai con dolcezza, cercando di simulare le mie emozioni con un piccolo sorriso, avvicinandomi a lui malgrado la paura, per accarezzargli la criniera. Di solito funzionava con il mio cavallo; lo coccolavo un po’ e subito riuscivo a calmarlo. In questo caso, dovevo solo placare la sua furia.
«Come si chiama?». Fissai Peter al di sopra della mia spalla, continuando ad accarezzare il purosangue.
Aggrottò la fronte e mi lanciò uno sguardo scettico.
«Le bestie non hanno un nome».
«A quanto ne so, anche gli uomini si comportano da bestie, eppure mi risulta che un nome ce l’abbiano». Questa volta non mi preoccupai di tenere a freno la lingua, nonostante, come Lydia mi aveva detto, non avrei mai dovuto tener presente ai miei padroni la mia opinione.
«Giusta osservazione».
Mi affiancò, scrutando con i suoi occhi blu il suo cavallo.
Non sapevo spiegarmi come ma in qualche modo si assomigliavano. Entrambi trasudavano la stessa presunzione, la stessa arroganza. L’unica differenza era che, mentre l’uno era costantemente rigido e indifferente a qualsiasi cosa lo circondasse, l’altro non si preoccupava di mostrare i suoi sentimenti. A quel cavallo non mancava di certo la bellezza, né la velocità o l’agilità. Allo stesso tempo, però, i suoi sforzi non venivano compensati con l’affetto del suo padrone.
«Dovreste trattarlo meglio», borbottai.
«Ha qualcosa che non va?».
«No, è in forma, ma…».
«Allora credo di trattarlo più che bene», tagliò corto, aggirandomi per avvicinarsi a lui.
«Non ha bisogno solo di cibo e acqua. Deve essere coccolato un po’…».
«Coccolato?», mi interruppe, alzando la voce. «Stiamo parlando di un animale, signorina Turner, non di un bambino».
«E allora? C’è differenza tra uomo e animale? Entrambi sono degni di rispetto. Anzi, forse più i secondi che i primi».
«Siete una misantropa? Odiate il genere umano?».
Sgranai gli occhi. «Cosa? No! Volevo dire solo…».
«Allora la vostra opinione non mi interessa, Charlotte».
«Ma non potete trattare questo povero cavallo come carne da macello!», urlai costernata. «Guardatelo! È costantemente sotto pressione, ha gli occhi incavati come se non chiudesse occhio da giorni, si agita ogni cinque minuti e nitrisce a chiunque gli si avvicini. Ha bisogno di affetto, di qualcuno che gli voglia bene».
«I cavalli non sono fatti per essere domati. Servono solo ai soldati per combattere le guerre e ai nobili per godersi una cavalcata quando meglio li aggrada».
Non ero allibita. Ero scioccata. «Siete… siete… siete assolutamente insensibile!». E addio ai miei buoni propositi di abbassare la cresta e di cambiare totalmente me stessa...
I suoi occhi si incupirono. «E voi una piccola stupida!».
Digrignai i denti, stringendo i pugni. Volevo fargliela pagare, volevo stringergli le dita attorno al collo e soffocarlo, volevo ucciderlo… Un odio feroce mi pervase, facendomi vibrare da capo a piedi.
«Siete senza cuore», sibilai, appoggiandogli le mani al petto per spingerlo via.
Qualcosa di indescrivibile, di sinistro, gli attraversò lo sguardo. «Ci siete molto vicina, eppure… no: non è il cuore che mi manca».
Non c’era ironia nelle sue parole, ma solo… sincerità, glaciale sincerità.
«Non vi credo», mi azzardai a dire. «Voi non avete dei sentimenti».
Mi strinse i fianchi con prepotenza, ma non con possessività, schiacciandomi al suo corpo. «E avete ragione», replicò, mordendomi con furia l’angolo della bocca. Provai a spingerlo via, con scarsi risultati. «Ma vi sbagliate».
Inclinai il collo per fissarlo negli occhi. «Come faccio ad avere ragione se mi sbaglio?».
«Lo capirete quando ormai per voi sarà già troppo tardi».
Ora cominciavo a spaventarmi sul serio. «Che intendete dire?».
Mi aveva già voltato le spalle.
Prima di infiltrarsi sotto una coltre di nubi grigiastre si volse di nuovo a guardarmi. «Avete cinque minuti per preparare il cavallo. Nel frattempo è meglio per voi se pregate che non vi licenzi».
«Perché, siete ancora indeciso?».
Non ricevetti risposta.
Se n’era già andato.
Allora rivolsi lo sguardo al purosangue, stirando le labbra in un sorriso.
«Ti chiamerò… Spirit, come il cavallo della Dreamworks. Ti piace?».
Interpretai il suo forte nitrito come un cenno di assenso.
E quando la furia nei suoi occhi rossi si spense, lasciando posto ad uno sguardo tranquillo, il peso che avevo sul petto si acquietò un po’.
Spirit era il cavallo più veloce su cui avessi mai posato gli occhi.
Sembrava quasi volare e non toccare mai terra con gli zoccoli.
Nonostante fosse Peter a controllare i suoi movimenti, tirando di tanto in tanto le redini per costringerlo a rallentare la sua corsa, avevo quasi l’impressione che si muovesse indipendentemente dalla volontà del suo padrone, come se fosse lui a guidarlo, e non il contrario, come se fosse libero.
Chiunque, come me, avrebbe dato per scontato che rabbonire il suo spirito ribelle e selvaggio sarebbe stato difficile e, in effetti, non si sarebbe affatto sbagliato.
Ero incantata. Lo ero così tanto da essere riuscita a dimenticare perfino le parole di Peter.
Be’, non del tutto.
Ogni poco mi ritornavano in mente come se non avessi mai abbandonato quel momento.
«Lo capirete quando ormai per voi sarà già troppo tardi».
C’era un messaggio sottinteso in quella frase. Un messaggio che Peter non si era preoccupato affatto di nascondere, come se l’avesse messo lì, in bella mostra, ad aspettare che io ne cogliessi il senso.
Facile a dirsi, ma non a farsi.
Non che fossi stupida o lenta di comprendonio, ma mi mancavano le informazioni materiali per risolvere quella sottospecie di indovinello.
Che cosa voleva dire? Che avrei capito – cosa, non lo sapevo nemmeno – un secondo prima di morire? Quel “troppo tardi” avrebbe potuto avere qualsiasi significato… o forse no.
Mai come in quel momento avrei voluto poter riabbracciare mio fratello.
Briansarebbe riuscito a cavarsela in qualunque situazione; per lui, niente era impossibile. Non si sarebbe sentito così impreparato, né così confuso. Molto probabilmente, riflettei con un sorriso, si sarebbe guardato intorno e avrebbe esclamato qualcosa del tipo: «È una gran figata!», senza preoccuparsi minimamente di che cosa avrebbero potuto pensare la signora Jenkins, o Lydia, o addirittura Peter. Era capace di adattarsi a qualsiasi cosa, imitando alla perfezione qualunque personaggio dei suoi videogiochi preferiti.
Di certo se la sarebbe cavata molto meglio di me.
«Petee!».
Qualcuno urlò alle mie spalle, facendomi sobbalzare, e automaticamente mi voltai, prima ancora di rendermene conto.
La voce apparteneva ad una ragazza. Aveva quasi la mia stessa età, forse avevamo solo un anno di differenza, anche se non potevo darlo per certo. I suoi atteggiamenti la facevano sembrare molto più piccola di quanto fosse in realtà: ancheggiava con i suoi fianchi morbidi senza rendersi minimamente conto dei suoi movimenti, come se la sua fosse l’imitazione di una donna sensuale, suadente, consapevole del proprio corpo. Sembrava quasi intrappolata in quel suo abito di velluto verde speranza e, in qualche modo, mi faceva un po’... tenerezza.
Perlomeno, finché non mi squadrò con un’espressione saccente in viso, arricciando il naso disgustata, e non aprì bocca.
Aggrottò la fronte. «E voi chi siete?», chiese, non perché fosse realmente interessata, ma solo per capire se rappresentassi un’eventuale minaccia per lei.
Chissà, forse pensava che avessi invaso il suo “territorio”.
Che stupida.
In quel momento mi chiedevo soltanto come riuscisse a stare in piedi con tutto il peso che era costretta a reggere sulla testa, senza cadere: i capelli scuri, raccolti in un’elaborata acconciatura impossibile da descrivere, raggiungevano quasi i dieci centimetri di altezza facendole abboccare ogni tanto la testa di lato.
Perdeva del tutto di considerazione.
In fondo ero abituata alle cosiddette “minacce” delle cheerleaders della squadra della Hamilton High School; se non altro, quando io e Kyle eravamo ancora fidanzati.
Quarterback della squadra di football, il mio ex ragazzo avrebbe potuto fidanzarsi soltanto con una ragazza al liceo, ossia la capo cheerleader Jillian “Jill” Blunt, conosciuta da tutti come “testa-vuota-Jill”. O, almeno, era questo che imponevano i cliché della vecchia scuola. Non che le sue provocazioni avessero mai funzionato con me e io avessi deciso di lasciare Kyle in preda alla paura (l’unica cosa che avrebbe potuto farmi era tentare di spezzarmi un’unghia) ma, in confronto a quell’insulsa ragazzina che stava cercando di intimidirmi – per inciso, perdendo tempo, visto che non ero minimamente interessata al suo “Petee” – Jillian era un cane rabbioso da temere senza alcun’ombra di dubbio.
Perciò, se pensava di spaventarmi, si sbagliava di grosso.
Persa nei miei pensieri, non mi accorsi che Peter si era avvicinato. In groppa al suo stallone, impennò e poi saltò giù, atterrando con i piedi ben piantati per terrà. Mi fece cenno di avvicinarmi e, non appena lo feci, mi schiaffò in mano le redini del cavallo, sistemandosi la giubba e il cravattino e raggiungendo la ragazza. Per quello che ne sapevo, poteva essere benissimo la sua fidanzata.
Be’, chiunque fosse e qualsiasi fossero i suoi rapporti con lui non me ne fregava niente.
Trovavo ben più interessanti le faccende sentimentali di William…
Spirit nitrì, come a volermi ricordare che neanche di lui avrebbe dovuto importarmi. Lydia era stata piuttosto chiara a riguardo: dovevo tenere lontani gli occhi e le mani dal maggiore degli Harrington.
Eppure sembravo non aver ancora capito come stessero le cose.
«Ehi, bello», mormorai al cavallo, sorridendo appena. «Sei stato davvero fantastico poco fa».
«Non può rispondervi, mia cara», osservò, con tono volutamente ovvio, la ragazza alle mie spalle, come se stesse spiegando una sciocchezza a un bambino. Finsi di non averla sentita, accarezzando il muso di Spirit con un’espressione serena sulla faccia. «Sto parlando con voi, signorina».
La fissai al di sopra della mia spalla, guadagnandomi un’occhiataccia da parte di Peter che puntualmente ignorai.
«Allora se proprio dovete rivolgervi a me, ricordatevi di usare il mio vero nome», la rimbeccai. «Mi chiamo Charlotte». Le rivolsi il sorriso più finto e stucchevole che fossi riuscita a trovare, quasi volessi illuderla che per me fosse un piacere conoscerla. «E, comunque, so bene che non può parlarmi, ma di certo non è stupido. I cavalli sono animali molto intelligenti. È in grado di capire perfettamente le mie parole… a differenza di molti altri».
Roteai le sopracciglia in modo eloquente, come ad indicare che, per “molti altri”, mi riferissi soprattutto a lei.
Restò in silenzio. Avrei scommesso un milione di dollari che non fosse riuscita ad afferrare il concetto e non sapesse come ribattere.
«Abigail», disse Peter, distogliendo l’attenzione della ragazzina da me. «Non sapevo fossi qui. Non eri con Elizabeth?».
«Mia madre non te l’ha detto? Sono tornata da Londra insieme a lei…».
A quel punto, smisi di ascoltare.
Mi isolai da Haworth, dall’Inghilterra, dal 1839, cercando di ricordare come fosse il ventunesimo secolo, la mia famiglia e i miei… i miei amici no. Io non ne avevo. Non che fossi un’emarginata che in mensa si sedeva da sola il più lontano possibile da tutto e tutti, anzi, il mio gruppo era piuttosto popolare e, così come Jillian, avevo uno stuolo di compagne che mi venivano sempre dietro ma… ma…
C’era sempre un “ma”.
A scuola tutti mi idolatravano per il mio nome, per i miei soldi, non per quella che ero davvero. Gli Stevens erano una delle famiglie più ricche della città ed essere mio amico significava accedere automaticamente ai club più esclusivi.
Perfino Jillian, che mi aveva sempre odiato, prima che mi mettessi con Kyle e dopo che c’eravamo lasciati aveva cercato di allacciare rapporti con me pur di sfruttare tutto ciò che rappresentavo. La compagnia non mi mancava mai a pranzo, durante le lezioni e nemmeno il sabato sera eppure, allo stesso tempo, ero sola, isolata, e non avevo nessuno su cui contare davvero.
Nessuno, tranne i miei genitori e mio fratello. Nessuno, tranne me stessa.
«Sei molto bello, sai?», mi complimentai, come se Spirit avesse davvero potuto rispondermi. Gli accarezzai il muso, ridacchiando quando si strofinò contro la mia mano nitrendo gentilmente e smuovendo la sua folta criniera corvina. «Non sai cosa darei per poterti cavalcare almeno una volta».
«Charlotte».
Scattai sull’attenti, voltandomi di scatto.
Peter aveva smesso di parlare con Abigail e ora mi guardava, severo.
«Sì?».
«Portalo nelle scuderie e pettinagli la criniera», mi ordinò, indicando il cavallo alle mie spalle.
Trassi un lungo sospiro e, così come mi era stato detto, afferrai le redini dello stallone. Quello che non avrei affatto previsto era che si ribellasse ai miei tentativi di condurlo nella stalla. Infatti, nitrendo arrabbiato, sbuffò e si dimenò, ergendosi con gli zoccoli e cercando di divincolarsi dalla mia presa.
Per nulla intimidita, mi lanciai verso di lui, cercando di tranquillizzarlo.
«Shhh, shhh… Calma, piccolo, non è niente, su, dai…».
Incontrai il suo sguardo inferocito, di nuovo illuminato da un barlume rosso fuoco, e allora sì, che ebbi paura. Prima che potessi impedirlo, mi colpì allo stomaco con gli zoccoli, facendomi ruzzolare all’indietro.
«Charlotte!», esclamò Peter, ma non seppi dire se il suo tono fosse arrabbiato o preoccupato.
Mi contorsi dal dolore, annaspando.
Ero caduta a gambe all’aria nel fango, ma non mi importava. Sarei stata licenziata e avrei perso tutto, ma ancora una volta non mi importava.
Vedevo solo rosso, e non riuscivo a rialzarmi da terra.
Allison, alzati.
Come percossa da una scarica elettrica, scattai in piedi.
Urlai, disperata, stringendomi la testa fra le mani.
Fili metallici mi attraversavano il cervello, producendo uno stridio assordante nella mia mente.
Allison, guardami.
«No, smettila! Smettila!».
Aprii e chiusi gli occhi più volte premendomi le mani sul viso e grattandomi la pelle, come se volessi strapparmela via.
Lingue di fuoco zampillarono attraverso le mie palpebre.
Allison, ascoltami.
«Fallo smettere! Fallo smettere!», piagnucolai, disperata, agitandomi come se fossi posseduta dal demonio. Avvertii uno spostamento dentro di me, come se nessuna di tutte le mie sensazioni fosse più al suo posto e prevalesse solo il caos. Boccheggiai, stringendomi la gola. Mi mancava l’aria.
Allison…
E poi l’ossigeno mi fu restituito così come mi era stato sottratto. Il sangue rifluì nelle mie vene, coagulandosi. Il mio respiro si regolarizzò. Gli occhi ritornarono normali e la testa fu sgombrata da qualsiasi pensiero.
Avevo la mente leggera e tutto aveva ripreso il suo aspetto originario.
Allison…
Rialzai lo sguardo.
Possibile che fosse stato un angelo a farmi questo?
L’alone bianco che lo circondava mi accecò così tanto che fui costretta a socchiudere le palpebre, come se tutta quella bellezza fosse troppo, troppo per me, come se non fossi degna della sua magnificenza.
Era stato… lui – qualunque cosa fosse – a procurarmi quel dolore alla testa. Ne ero certa.
«Chi sei? Che cosa vuoi da me?».
Sembrò quasi inclinare il capo – non potevo dirlo con certezza, visto che era una massa informe di luce – come se volesse osservarmi da tutt’altra angolazione. Cominciò a sfavillare ancora di più di prima, poi si acquietò nuovamente, permettendomi di guardarlo meglio.
Quando assunse una forma pressoché identica a quella umana mi raggelai sul posto.
Era un bambino… o almeno così sembrava.
Il suo viso era composto da piccole stelle, che si raggruppavano come le tessere di un puzzle, attribuendogli un aspetto… familiare.
Sì… l’avevo già visto da qualche parte.
E-Era… mio fratello! Era mio fratello! Solo che… in questa versione aveva ancora dieci anni. Come… com’era possibile?
«B-Brian… s-sei… tu?».
Ma il suo aspetto, così come si era rivelato, cambiò improvvisamente. Le stelle si smembrarono, assumendo una composizione del tutto diversa dalla precedente.
Ora… ero… io.
Stavo guardando un riflesso remoto di me stessa.
Quando l’Allison bambina allungò una mano verso di me, la stelle si sgretolarono di nuovo in polvere di luce, appropriandosi delle sembianze di qualcun’altro.
Allison,
«Chi diavolo sei? Che cosa vuoi da me?».
devi
I fili metallici si insinuarono per la seconda volta tra i miei pensieri.
stargli
«NO! Ti prego, ti supplico…».
La voce mi si spezzò all’ultimo.
lontana…
Mi accartocciai sul mio stesso corpo, stringendomi la testa fra le mani. «BASTA!».
Hai capito?
Annaspai, cercai di supplicarlo di smetterla.
«Charlotte!».
Devi stragli lontana.
«P-P… eter».
«CHARLOTTE!».
Allison,
«Peter…».
questo è il mio ultimo avvertimento.
Poi l’angelo svanì. La luce svanì. E su di me calarono le tenebre.
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