29/08/13

# 02: Due

Due









Quando il suo sguardo di ghiaccio attraversò il mio, il mondo sembrò fermarsi all’improvviso con un rombo di tuono, come se ogni istante si fosse congelato in quell’abisso che erano i suoi occhi da cui non riuscivo più a riemergere, e i contorni della mia vita fossero cambiati radicalmente, disperdendosi attorno alle sue iridi blu, custodi di un segreto inaccessibile perfino a me stessa.
Era la sensazione più strana che mi fosse mai capitata di provare, ed ero del tutto incapace di spiegarla a parole, perché soltanto chi la viveva in prima persona avrebbe potuto capirla davvero.
Ma c’era altro che mi spaventava, altro di ancora più grandioso e inquietante.
Perché, appena lo guardai con più attenzione negli occhi, escludendo qualsiasi altra parte del suo corpo, fui investita da un sentimento che non avevo mai provato prima, per nessun altro, nei suoi confronti: un odio così intenso e profondo che avrebbe sbaragliato perfino un esercito, un odio quasi primordiale, che aveva piantato le proprie radici in fondo alla mia anima e che sembrava stesse germogliando, dopo un lunghissimo tempo di attesa, proprio in quel momento, un odio assolutamente insensato e inspiegabile, le cui fondamenta risiedevano in un angolo buio e angusto di me stessa che non riuscivo a raggiungere.
E mi stupii ancora di più quando avvertii il desiderio tangibile di ucciderlo, di affondare ogni arma affilata che avessi a disposizione nella sua carne pulsante, tra la spalla e il collo, là dove fluiva il sangue…

Peccato che una simile bellezza, a cui la mia immaginazione non avrebbe mai potuto render giustizia, andasse sprecata.
Visti da vicino i suoi occhi blu sembravano così intensi e penetranti che avevo come l’impressione che mi stessero attraversando l’anima.
Era alto, ben piantato e abbastanza proporzionato. Aveva le spalle larghe e un petto ampio, proprio come quello di un combattente, ed era appena un po’ più basso del ragazzo che mi stringeva fra le braccia, ma altrettanto minaccioso e, benché fossi restia ad ammetterlo, ancora più bello.
A differenza sua, i capelli castani, quasi neri, gli si arricciavano sulla fronte ed erano molto più corti, e le folte sopracciglia scure erano arcuate in un’espressione a dir poco intimidatoria, come se un’ombra gli avesse oscurato il viso.
Per di più, aveva dei lineamenti così marcati e spigolosi da sembrare perfino più grande di quanto fosse in realtà, perché, ad occhio e croce, avrebbe potuto avere né più né meno la mia età, sebbene il suo aspetto maturo e consapevole dimostrasse tutt’altro.
«Siete ancora peggio di quanto ricordassi». Trasalii quando sentii la sua voce, in cui non distinsi alcuna emozione particolare che potesse suggerirmi quali fossero i suoi veri sentimenti in quel momento.
Mi accorsi che si stava riferendo a me solo perché non aveva ancora smesso di guardarmi, ma in quel momento ero così impegnata a fare altrettanto che sembravo aver perso del tutto la capacità di rispondere.
Sebbene non fossi mai stata particolarmente bella, sapevo di non essere così male quanto lui mi aveva appena descritto. Ero di una bellezza discreta; di quel genere che bisogna un po’ ricercare, studiare... Dovevo essere osservata a lungo e con attenzione affinché risaltassero all’occhio i miei punti forti – o deboli, a seconda dei casi – come la carnagione troppo chiara e pallida, le sopracciglia folte e biondicce, il labbro inferiore appena un po’ più pieno rispetto a quello superiore, e tantissimi altri difetti che avevo imparato perfino ad amare e a considerare delle caratteristiche di cui andavo fiera. Mi piacevo così com’ero, pur sapendo di non essere perfetta. Al contrario, proprio per questo, non avevo mai avuto problemi di autostima. Ero orgogliosa di quello che ero e non avrei mai provato a cambiarmi per nulla al mondo.
Ma non potevo affatto ignorare di essermi sentita, in qualche modo, sminuita dalle sue parole.
Ero tentata di rispondergli per le rime, ma l’altro ragazzo, quello più alto, decise di precedermi prendendo le mie difese.
«Peter, non mi sembra il caso di essere tanto scortese», gli sussurrò, come se temesse che potessi sentirlo. «Dovresti essere un po’ più gentile con le signore».
Con tutti, lo corressi mentalmente con una punta di ironia.
Saranno anche dei gran fighi, riflettei con una smorfia, ma inizio a credere che siano davvero pazzi.
Quale persona sana di mente non mi avrebbe già rivolto un milione domande, se mi avesse visto buttarmi giù da una finestra o, più precisamente, penzolare aggrappata ad una pianta?
Io di certo sarei andata di matto e avrei incominciato ad urlare “Al lupo, al lupo” ma, nonostante questo, loro non sembravano affatto turbati, come se quello che avevano appena visto fosse una cosa del tutto normale.
Se questo non è un sogno…
«Perdonateci per avervi mancato di rispetto, signorina». Il ragazzo con i capelli chiari tendenti a un biondo cenere, si rivolse a me quando l’altro non lo degnò di alcuna considerazione. «Mio fratello Peter molto spesso ha la tendenza ad esagerare con le parole». E così dicendo, gli indirizzò un’occhiataccia di ammonimento ricevendo in risposta un grugnito di protesta, ma me ne accorsi appena, perché ricordai improvvisamente ciò che mi aveva detto Lydia, quelle che sembravano essere molte ore prima.
Quel nome l'avevo già sentito…
«Il signor Peter mi ha detto di averla trovata priva di sensi, tre giorni fa, nei pressi del nostro maniero, nel bel mezzo di una furiosa tempesta...».
… Era il ragazzo con i capelli castani.
Perciò significava che mi ero sbagliata.
Era stato lui a salvarmi da quella famigerata violenta tempesta di cui ricordavo poco e niente. Si spiegavano anche le sue parole: «Siete ancora peggio di quanto ricordassi».
Mi aveva già vista.
Improvvisamente, mi venne la nausea. Tutto ciò che volevo, in quel momento, era rannicchiarmi in un angolo buio e piangere, come facevo da piccola. Non sapevo bene perché. Forse iniziavo soltanto a rendermi davvero conto dell’effettiva realtà che mi circondava. All’improvviso non mi sembravano tanto confortanti le braccia che mi stringevano e allora decisi di divincolarmi, cercando di sostenere il peso sulle mie gambe, con la speranza di trovare il supporto di cui avevo bisogno. Ma avevo come la sensazione che, sotto ai miei piedi, ci fosse soltanto il vuoto e non il terreno. Se fossi stata nelle mie piene facoltà mentali, molto probabilmente mi sarei accorta del modo in cui mi fissavano. Avrei dato l’impressione di essere ammattita perfino ad un occhio distratto e poco attento.
Siamo ad Haworth, nel North Yorkshire. In Inghilterra…
N…
Ne…
Nel…
Nel 1…
Nel 18…
Nel 183…
«Nel 1839…», sussurrai come in trance, con lo sguardo perso nel vuoto.
Entrambi mi guardarono confusi. «Che cosa?», domandarono all’unisono.
Non risposi. D’un tratto, sembrava che mi fossi mangiata la lingua.
«Signorina Turner!».
La voce di Lydia fu l’ultima cosa che sentii.
Allora seppi che il buio si stava avvicinando inesorabilmente a me, e che non avevo più scampo…
Svenni tra le braccia dell’oscurità.









Rinvenni con un urlo strozzato, alzandomi di scatto a sedere con i capelli appiccicati al viso e agli occhi.
Mi sentivo le guance arrossate, le palpebre mi bruciavano come se ci avessi appiccato il fuoco e, come se non bastasse, il cuore mi batteva così forte che rischiava di scoppiarmi nel petto. Non mi ero mai sentita tanto sconvolta in vita mia. Qualcosa si era spezzato dentro di me, qualcosa era cambiato e non era più lo stesso.
Io non ero più la stessa.
Siamo ad Haworth, nel North Yorkshire. In Inghilterra… nel 1839.
Quella voce. Quella voce l’avevo già sentita...
«Lydia», mormorai, sentendomi improvvisamente seccare la gola, come se non bevessi da un sacco di giorni. Cercai di deglutire più volte per togliermi quel saporaccio di bocca, ma quella sensazione di non appartenenza sembrava non volesse smetterla di perseguitarmi. Mi sentivo un’estranea nel mio corpo, un’estranea in me stessa che non aveva assolutamente niente a che vedere con tutto quello che mi stava succedendo. Mi sentivo un’intrusa nella mia testa, qualcuno che non aveva il diritto di insinuarsi nella traiettoria dei miei pensieri. C’era qualcosa che mi sfuggiva, soltanto che non riuscivo a capire di che si trattasse.
«È corsa via a prendervi un bicchiere d’acqua fredda proprio pochi istanti fa. Dovrebbe tornare a momenti, non preoccupatevi».
Urlai, sobbalzando sul letto.
Sembrava strano a crederci, considerato il suo fascino irresistibile che nessuno, neanche un cieco, non avrebbe potuto non notare, ma non l’avevo visto.
Il ragazzo che mi aveva afferrato tra le braccia prima che mi spappolassi nella melma era proprio di fronte a me e si stava avvicinando al mio letto con cautela, come se fossi un animale che rischia di far del male agli altri e a se stesso.
Quel comportamento mi fece stranamente sorridere, sebbene nella situazione in cui mi trovassi non c’era niente di divertente.
Aveva gli occhi azzurri e i capelli biondo cenere, mossi e lunghi quasi fino alle spalle ed era poco più alto di… di… Peter.
A dirla tutta, sembrava molto più grande di entrambi – avrebbe potuto avere suppergiù ventidue, ventitré anni, non di più – ma quella fossetta sulla guancia destra gli attribuiva un aspetto quasi fanciullesco, come se, per tutta la vita, non avesse fatto altro che sorridere. Rispetto a suo fratello, era leggermente più smilzo ma dal fisico altrettanto forte e asciutto.
«C-Chi sei... tu?», chiesi guardinga, cercando di apparire molto meno intimorita di quanto fossi in realtà.
Il ragazzo incurvò gli angoli della bocca in un piccolo sorriso. «Tu?».
Boccheggiai. «No... tu».
L'occhiata che mi rivolse mi fece presumere che stesse trattenendosi dal ridere di me ma, a giudicare dal suo sguardo che esprimeva perplessità, sembrava anche parecchio confuso. «Nessuno vi ha insegnato le buone maniere, signorina? Non dovreste rivolgervi a me in questo modo. E comunque, potrei farvi la stessa domanda».
Cercai di ricordare a me stessa che ero pur sempre nel... nel… nel 1839... e che, a quell'epoca, soltanto in famiglia si evitava la forma di cortesia. Sebbene i suoi vestiti mi facessero pensare tutt'altro, il suo portamento elegante e posato non lasciava spazio a dubbi: forse era un lord... o un conte, o un duca. Qualsiasi persona importante da meritarsi servitù e rispetto. Ad ogni modo, nonostante in quel momento fossi poco incline al senso dell’umorismo, mi lasciai scappare un ghigno, ed inevitabilmente ricambiai. «Proprio perché sono una signorina, non dovreste presentarvi prima voi, signore?».
Quel ragionamento contorto sembrò non andargli molto giù.
«Ma io sono il padrone di questa casa…», obiettò, inarcando un sopracciglio e scrutandomi a fondo, come se volesse anticipare le mie mosse e muoversi a proprio favore ancor prima di ricevere una mia risposta. «Sono io a dover fare le domande... Voi dovete solo rispondere».
«A quanto ho potuto capire in precedenza, invece, è la signora Jenkins la padrona di questa casa», replicai, tentando di coprirmi il petto con le lenzuola. Mi sentivo esposta ai suoi occhi penetranti. Era come se, in qualche modo, mi stesse spogliando con lo sguardo. Nessuno era mai stato capace di una simile azione, nessuno era mai stato in grado di mettermi a nudo come stava facendo lui in quel momento. Ero sempre stata io a monitorare la mia relazione con il mio ex fidanzato Kyle, io ad avere il controllo di ogni cosa e a decidere le sorti del nostro futuro, e in nessun modo mi ero mai sentita tanto scossa e sconvolta da una sua occhiata.
Invece ora boccheggiavo incredula di fronte a questo bellissimo ragazzo e tutto quello che riuscivo a fare era fissarlo a bocca aperta. La fossetta sulla sua guancia destra era davvero sexy. E quel neo sotto l’occhio sinistro che non avevo visto prima lo rendeva ancora più attraente. Indossava dei vecchi calzoni sporchi, lacerati in alcuni punti, soprattutto sulle ginocchia, e una camicia logora completamente sporca di fango, come ci si fosse immerso fino al collo, che gli ricopriva le braccia muscolose e gli lasciava scoperti i gomiti. Braccia che, non potei impedire a me stessa di avvampare, mi avevano già stretta prima. Braccia di cui avevo sentito la solida consistenza, che avevo sentito come un porto sicuro attorno a me e delle quali potevo fidarmi.
William…
Se avessi dovuto dargli un nome, uno qualsiasi, l’avrei chiamato così, ma non sapevo spiegarmi perché.
«C-Charlotte», sussurrai, benché sentissi il desiderio di presentarmi per quella che ero davvero. Allison. «Mi chiamo Charlotte».
Si accarezzò il mento, divaricando le gambe e piegandosi sulle ginocchia per abbassarsi alla mia stessa altezza. Le sue labbra erano così vicine che mi sarebbe bastato allungarmi di un millimetro per sfiorarle con le mie, e il suo respiro mi solleticava la mascella. Deglutii impercettibilmente.
«E il vostro cognome?».
I suoi occhi erano ancora più chiari e brillanti in quel momento. «T-Turner».
Pur desiderando con tutta me stessa che non si muovesse più da quella posizione, si alzò di scatto e si allontanò da me, voltandomi le spalle.
Era strano come, perfino con quei vestiti logori e sporchi, forse addirittura di seconda mano, fosse perfettamente impeccabile nel suo aspetto da signorotto inglese dell'ottocento. C'era qualcosa nei suoi movimenti, nel modo in cui manteneva le spalle ritte e rigide, con il petto infuori e il mento rialzato in un atteggiamento nobile e raffinato... qualcosa che chiunque altro di mia conoscenza non avrebbe mai potuto avere.
William...
Si voltò nuovamente a guardarmi. «Charlotte», disse. La sua voce accarezzò il mio nome con lentezza, muovendo le labbra in un modo così sensuale che desiderai che lo ripetesse ancora una volta.
Sbattei le palpebre. Il mio... Charlotte. No... Allison. Io mi chiamavo Allison!
Ma oramai avevo come la sensazione che non mi appartenesse più, che io non appartenessi più a niente e che stessi seguendo solo un copione: in cuor mio, sentivo, anzi, sapevo che ero già stata lì, con lui, e che non era la prima volta che lo vedevo. Ne avevo l’assoluta certezza. Noi eravamo collegati… no. Non era la parola giusta. Noi eravamo… fatti l’uno per l’altra. Non c’era nessuna altra spiegazione. E – sogno o realtà – avevo già vissuto quel momento. Lui mi aveva già chiamata così, soltanto che non ricordavo dove o quando. Lui mi aveva già chiamata…
«Charlotte Turner». Una pugnalata dritta al cuore. «Ho conosciuto un fabbro di Port Royal in uno dei miei viaggi che aveva il vostro stesso cognome. Ma presumo, anzi, sono sicuro che sia un caso… no? Quell'uomo era così vecchio, quando l'ho incontrato, che dubito sia riuscito a sposarsi e ad avere anche dei figli, dopo tutto questo tempo… E poi l'ultima volta che l'ho visto era così ubriaco da rasentare il confine tra razionalità e follia… Non mi sorprenderei affatto se fosse morto in una rissa per aggiudicarsi l'ultima bottiglia di rum in un bordello malfamato...».
Non avevo idea del perché mi stesse raccontando quella storia tanto assurda e inverosimile di cui, per inciso, mi importava ben poco, ma gli domandai ugualmente quanti anni avesse all’epoca. E questo… questo mi spaventava. William – chiunque fosse – mi spaventava, o, forse, sarebbe stato più corretto dire che l’unica cosa di cui avevo paura era quello che provavo per lui. Non ero quel genere di ragazza che crede nell’amore a prima vista o che si innamora facilmente, ma non sapevo assolutamente spiegare quella sensazione di calore che mi invadeva quando mi si avvicinava, in un altro modo.
Sembrò stupito dal mio improvviso interesse.
«Era l'aprile di cinque anni fa. Avevo appena compiuto diciassette anni e avevo già fatto cinque viaggi nel Nuovo Continente». Sorrise, come se si fosse ricordato all'improvviso di un episodio piacevole. «Andai da lui perché me ne avevano parlato bene. Nonostante avesse la fama di essere pazzo, era davvero molto abile ad affilare le lame. Io avevo perso la mia durante una spedizione ai Caraibi per mezzo di un pirata e, prima di ripartire per Londra, me ne feci fare una».
«Ce l'avete ancora?».
Mi guardò inarcando un sopracciglio. Forse era soltanto meravigliato da tutta quella curiosità, ma rispose lo stesso. «La lama, intendete?».
Annuii con il cuore in gola.
Mi avevano sempre appassionato i racconti e, malgrado il suo non mi interessasse granché, volevo... volevo sentirlo parlare ancora, di qualsiasi cosa, non mi importava quale. Non lo conoscevo e la cosa migliore da fare in quel momento era solo pensare alla bizzarra – no, irreale! – esperienza che stavo vivendo e cercare un modo per uscirne fuori ma non riuscivo a smettere di fissarlo. Il resto era passato improvvisamente in secondo piano, nonostante mi rendessi conto di quanto fosse scioccante quella situazione. Era da stupidi, eppure non potevo fare altrimenti. Ero come... obbligata, non c'era altro termine per spiegarlo, benché fossi più che intenzionata a... svegliarmi? Ormai, dubitavo che fosse solo un sogno. Forse dovevo solo farmene una ragione, andare avanti... No!
Allison, non è reale. Niente di tutto questo lo è. Adesso ti risveglierai e...
«William, dovresti smetterla di sprecare il tuo tempo a parlare delle tue famigerate e insensate esperienze da strapazzo con una ragazzina che sviene non appena se ne presenta l'occasione».
Ero troppo sconvolta per prestare attenzione a tutto quello che aveva appena detto, tanto meno per rispondergli come avrei voluto.
Peter Harrington aveva appena varcato la soglia della mia camera, richiudendosi la porta dietro le spalle quando, per la seconda volta dopo aver incrociato i suoi penetranti occhi blu come un cielo senza stelle, buio e incolmabile, mi sentii attraversare l'anima da un odio profondo e viscerale.
I miei sentimenti per lui raggiunsero il culmine non appena incurvò gli angoli della bocca in un ghignetto irrisorio, esclusivamente rivolto a me, senza degnare suo fratello di alcuna considerazione.
Mi ci volle qualche minuto in più per rendermi davvero conto della situazione e collegare le cose tra loro, ma, quando ci riuscii, mi ravvivai di botto e spalancai gli occhi per lo stupore.
WILLIAM!
Mi sembrava di averlo urlato a voce alta invece che nella mia testa, e forse fu proprio così, a giudicare dalle loro espressioni sconvolte, ma poco importava in quel momento.
Che mi prendessero pure per pazza! L'importante era che non lo pensassi anch'io. Anche se era piuttosto improbabile, considerate le circostanze.
William.
Sapevo il suo nome ancor prima che me lo dicesse Peter!
Ma come… com’era… com’era possibile?
«Signor Peter! Signor William! Suvvia… Lasciate respirare questa poveretta! Ma non vedete in che stato si trova? Ci hanno già pensato quella furiosa tempesta e la signora Jenkins a farla andare fuori di testa, quindi l’ultima cosa di cui ha bisogno è affaticarsi ancora. Deve riposare». Lydia, la governante, varcò la soglia della mia stanza, facendosi largo tra i due bellissimi ragazzi che avevano invaso ogni infinitesimale angolo di me stessa e avvicinandosi al mio letto con un bicchiere di vetro ricolmo d’acqua tra le mani. Quando me lo porse, lo afferrai avidamente, svuotandolo in pochi secondi. Ne volevo ancora. Mi sentivo disidratata, e proprio per questo non riuscivo a pensare in modo lucido. C’era solo un caos di pensieri nella mia testa che non mi permetteva di realizzare nulla di concreto.
«Lydia, portate un altro bicchiere d’acqua alla signorina Turner», intervenne Peter, come se mi avesse letto nella mente, indirizzandomi un sorrisetto di scherno. Ero molto permalosa, dovevo riconoscerlo, ma ero piuttosto sicura che, se anche mi avesse guardato nello stesso modo con cui mi guardava William, il mio odio nei suoi confronti non sarebbe diminuito neanche un po’. C’erano parecchie cose che non mi erano chiare e che mi spaventavano, ma i miei sentimenti per lui erano quel che temevo di più. Quando la governante se ne fu andata, si rivolse a suo fratello senza distogliere lo sguardo da me: «William, se non ti dispiace, vorrei parlarle in privato». La paura di quel che avrebbe potuto farmi o dirmi mi assalì e, automaticamente, mi coprii il petto con le lenzuola. Non volevo che suo fratello se ne andasse; la sua presenza mi tranquillizzava e, poi, era l’unico che non mi metteva a disagio.
«Come desideri, Peter», rispose William, con una nota di fastidio nella voce. I suoi occhi trovarono subito dopo i miei e il mio cuore ebbe un sussulto. «È stato un vero piacere parlare con voi, Charlotte». Ti prego, resta qui, avrei voluto dirgli. Non mi fidavo di suo fratello. «Con permesso».
Chiusi gli occhi. Non volevo guardarlo mentre mi voltava le spalle.
Quando la porta si richiuse dietro di lui con un piccolo tonfo, ebbi la certezza di non avere più scampo.









«Mi auguro che vi siate riposata abbastanza, signorina Turner».
La signora Jenkins – Harriet Jenkins – mi accolse con un sorrisino falso, invitandomi a sedere di fronte a lei.
Come la prima volta che l’avevo vista, era assolutamente elegante nel suo abito di raso nero e non aveva nemmeno un capello fuori posto. A differenza di quando ci eravamo incontrate, erano stati raccolti in un semplice chignon costellato qua e là da qualche forcina e al collo aveva un filo di perle che le donava in modo a dir poco particolare. Sebbene fosse bellissima, il suo sguardo glaciale metteva in soggezione.
Mi costrinsi a rispondere malgrado l’agitazione, per non sembrarle maleducata. «Vi ringrazio per l’interessamento, milady. Un po’ di riposo mi ha indubbiamente fatto bene».
La donna raccolse le mani in grembo guardandomi dall’alto verso il basso con un atteggiamento di superiorità. Poi piegò appena gli angoli della bocca in un sorriso. «Ne sono contenta», replicò. «E mi auguro anche che vi siate schiarita un po’ le idee».
Questa era la parte che aspettavo – e che temevo.
Peter mi aveva avvisata. Harriet Jenkins era pettegola per natura ma, in questo caso, la sua curiosità non c’entrava nulla con tutte quelle domande. Non mi aveva spiegato il motivo di tutto quell’interessamento da parte sua, anche parecchio sospetto, visto il modo in cui mi guardava. La mia presenza in casa sua doveva darle molto più che fastidio; sembrava quasi agitata, come se avessi potuto fare qualcosa che avrebbe potuto sconvolgere la sua intera esistenza. E stentavo ancora a capirci qualcosa in tutta quella faccenda. Ma mi aveva anche preparata.



«Harriet Jenkins non è il tipo di persona a cui piace perdere tempo e di certo non si sprecherà in inutili convenevoli. Vorrà sapere se vi siete riposata a dovere, ma non lo farà per puro interesse, perché alluderà subito alla vostra presenza qui al Manor, cercando di estorcervi le informazioni che le servono. Credo che abbiate capito che non ama avere estranei in casa, e che in questo momento il vostro nome non lo reputi abbastanza da considerarvi innocua».
«Innocua?», sbottai. «Che volete dire?».
«Niente che voi dobbiate sapere, ma dovrete trovarvi preparata quando vi sottoporrà al suo interrogatorio. Prima di tutto, vi chiederà perché vi siete spinta oltre i confini della città per raggiungere il nostro Manor. Voi dovrete risponderle che vi avevano parlato di una richiesta di lavoro come mia cameriera personale e che, quando mi avete incontrato, per caso, ad Haworth, io vi ho convocata qui per un colloquio. Potete aggiungere tutti i particolari che vi aggradano; l’importante è che siate convincente».
«E se mi chiede della tempesta? Cosa dovrei dirle?».
«Che vi siete incamminata nel tardo pomeriggio, come previsto da me, e che non avreste mai immaginato di incappare in un furioso temporale. La febbre vi ha intorpidito i sensi ed è per questo che, appena vi siete risvegliata, non ricordavate nulla di quello che vi era successo. Se sarà abbastanza soddisfatta dalle vostre risposte, è probabile che non vi chiederà neanche di raccontarle la storia della vostra vita, ma io non ci conterei poi così tanto. Vorrà sapere ogni cosa, e voi non dovrete mostrarvi in alcun modo insicura o titubante. Inventatevi una storia, una qualsiasi; le interesseranno i particolari più salienti, i vostri dati personali, insomma, come la vostra data di nascita o il luogo in cui avete vissuto la maggior parte della vostra vita».
«Ma perché mi state aiutando? Che ci guadagnate con tutto ciò? E perché mi spingete a mentire così spudoratamente alla vostra famiglia? I-Io sono poco più di un’estranea per voi, dovreste diffidare di me come tutti».
«Vi sbagliate, signorina Turner. Vi conosco molto più di quanto voi possiate mai immaginare».
«Non mi avete risposto».
«Ancora una volta sono costretto a contraddirvi. Ho detto già abbastanza».
«Non tutto, non quello che importa davvero».
«C’è parecchia differenza tra quello che importa a voie quello che importa ame.Non dimenticatelo».



«E così, siete orfana».
Mi riscossi all’improvviso, guardando la signora Jenkins negli occhi. Le avevo raccontato tutto ciò che avrebbe dovuto sapere su di me ma, proprio come aveva sostenuto Peter, non si era risparmiata nemmeno la storia della mia vita. Quel giorno, poco prima del nostro incontro, mi ero concessa del tempo per costruire l’identità di Charlotte, cercando di prendere spunto anche da qualche film che mi era capitato di vedere. Ne era uscito fuori che ero stata la figlia di due modesti locandieri e che, alla loro morte, non ero più riuscita a mandare avanti l’attività di famiglia. Da quel momento in poi, avevo lavorato presso un’osteria senza comunque essere capace di coprire tutte le spese, così ero stata costretta a chiedere aiuto al signor Peter, incontrato lì per caso, che mi aveva offerto una comoda sistemazione in cambio dei miei servigi, motivo per cui mi trovavo lì.
«Sì, purtroppo sì». Sebbene avessi la certezza che ormai mi credesse, cercai di modulare un po’ la voce, risultando piuttosto dispiaciuta per la mia perdita, ma senza enfatizzare troppo.
Sapevo che Harriet non mi avrebbe compatita. Era una signora dell’ottocento e, come tale, non era abituata a consolare la gente, perché – ne ero convinta – non sapeva neanche che cosa fosse il dolore. La parola “compassione” non rientrava nel suo vocabolario.
Accostò le labbra alla sua tazzina e bevve un sorso stringendola tra le dita. Poi la abbassò all’altezza dello stomaco e, senza guardarmi, disse: «Ora potete andare».
Ancora intontita, mi alzai, lisciandomi con le mani le gonne dell’abito che Lydia mi aveva fatto indossare.
«Dimenticavo». Sobbalzai quando sentii la sua voce tagliente come uno spillo. «Siete assunta». Ma furono le sue ultime parole a ghiacciarmi sul posto: «Sarete la nuova cameriera personale di Peter».









Allie's corner: 
Questo capitolo è, all'inizio, un po' lento, lo ammetto. Naturalmente, con la seconda revisione, a storia conclusa, cercherò di renderlo più fluibile possibile ma, a mia difesa, dico che l'effetto rallenty era un po' voluto. Come se il tempo si fosse fermato, per Allison, non appena ha incrociato lo sguardo del misterioso cavaliere dagli occhi blu. Be', che ne dite, comunque, di Peter? E di William? Che ne pensate? Avete impressioni, pensieri, su di loro? Se siete timidi, potete anche contattarmi in anonimo su Ask, non fa nulla, ma non tacetemi i vostri dubbi, perplessità ed emozioni che vi hanno (spero) invaso durante la lettura. Sono curiosa di sapere che cosa vi sia passato per la mente. Ora pubblico subito anche il terzo!

2 commenti:

  1. Ciao Allie! (:
    Sono Elly L e, come promesso, sono qui. Anche se dopo un'eternità, anche se per il terzo capitolo passerà altro tempo perché oggi parto per il Salento e il pc non sarà con me, sono qui.
    E finalmente, dirai tu. E lo dico anche io <3
    Allora. La storia è sempre più intricata e io, in concomitanza, mi sento sempre più confusa. Ormai è ovvio che Allison e Peter (anche William?) si sono già incontrati. In un altro tempo? In quello di Allison? O in un altro ancora?
    I sentimenti che prova Allison verso Peter e William ne sono lo specchio, e mi fanno anche capire che devono essersi conosciuti a fondo, questi tre. Ma ovviamente questo credo sia solo una piccolissima parte della verità, e infatti sono così confusa. E curiosa! Voglio sapere!
    Peter e William. Voglio aspettare ancora un po' prima di giudicarli. Voglio capirli, studiarli per qualche tempo. E chissà, magari prima o poi mi accorperò a un team particolare :D
    Apparentemente, sembrano essere il giorno e la notte. Così opposti. Eppure, ci sono piccoli particolari che stridono. Come Peter che, sebbene la sua arroganza, fa di tutto per aiutare Allison trovandole una storia credibile. E il comportamento di William, che in qualche modo sembra sapere. O, perlomeno, intuire. Mi aspetto molto da questi personaggi, soprattutto voglio vedere se saranno personaggi a tutto tondo come mi sembra già di avvertire <3 E appena avrò un'improvvisa infatuazione, bbbeh, sarai la prima a saperlo, promesso! :')
    Per il resto, non vedo l'ora di leggere il terzo capitolo (e purtroppo sono di fretta, ora devo andare ._.). Complimenti davvero, la tua scrittura è sempre fluida e precisa.
    Un grande bacio <3
    Elly

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    1. Ciao, carissima! Prima di tutto, ti ringrazio per la recensione *-* E, secondo, non preoccuparti se "tarderai" a leggere e a commentare gli altri capitoli - che, poi, non è mai tardi, la storia è sempre qui e hai tutto il tempo che ti serve. Ad ogni modo, mi piace che tu ti astenga ancora da un giudizio definitivo, rende tutto più interessante ed intrigante per me (e, soprattutto, mi spinge anche a far di più per cercare di impressionarti). Peter e William non sono affatto come la notte e il giorno xD In realtà, entrambi sono fatti di luci ed ombre, pur essendo comunque molto diversi <3 Ci tengo a loro due, non voglio che i lettori li distinguano come quello buono e quello cattivo,anche se questa è l'impressione che desideravo imprimere all'inizio, prima di approfondire le cose. Sono tutti e due luce e oscurità, non so se mi sono spiegata xD In questa storia ogni personaggio avrà il suo ruolo importante ma cercherò di non imprimere un'etichetta a nessuno di loro. Voglio che siano loro stessi. D'accordo, mi sono prolungata troppo! Spero di leggere ancora le tue impressioni!
      A presto,
      Allison Julie Stevens

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