Uno
La vera agonia cominciò all'alba del terzo giorno.
Per più di quarantott’ore, non avevo fatto altro che dormire salvo svegliarmi di tanto in tanto per poi sprofondare di nuovo nel sonno. Intervallavo momenti in cui ero vigile e consapevole – o quasi – di quello che succedeva intorno a me, ad altri in cui ero preda dell’incoscienza. Aprivo gli occhi giusto il tempo di mandar giù l’acqua che mi veniva offerta, poi mi lasciavo andare stremata sul letto, di volta in volta sempre più stanca e spossata. Molto spesso capitava che fossi preda di allucinazioni, e barcollavo in un’irrealtà dai contorni infrangibili, sussurrando parole sconnesse e incomprensibili oltre che frasi dall’indubbio significato. Era come se fossi sospesa fra due mondi e non riuscissi in alcun modo a varcare l’ingresso di nessuno dei due. Poi accadde che mi risvegliai proprio quando il sole, seminascosto dalle nuvole grigie, si stava innalzando in cielo, riscaldando appena la selvaggia e arida brughiera in cui mi ero avventurata. Era il terzo giorno, e la mia vita era finita nel momento esatto in cui tutto era cominciato.
A fatica, reggendomi sui gomiti, mi alzai a sedere. Mi stropicciai gli occhi e mi guardai intorno, dapprima intontita dal torpore del sonno, poi confusa.
Di fronte a me c’era una donna. Solo che non era una donna qualsiasi. O, almeno, era quello che i suoi vestiti lasciavano presumere: indossava un abito piuttosto lungo, di fattura probabilmente vittoriana, decorato a righe bianche e blu e cucito insieme a più tessuti. Le maniche erano a tre quarti e il grembiule color antracite, spiegazzato in più punti, le ricadeva morbidamente sul ventre. Lo sguardo mi cadde subito sulle sue scarpe, basse e di sicuro comode, a sabot, poi risalì con lentezza, soffermandosi sulla cuffia candida che le nascondeva, parzialmente, i capelli castani raccolti in una semplice crocchia. Aveva un bel visino paffuto, di un rosa appena un po’ più acceso sulle guance, e gli occhi scuri, grandi ed espressivi, erano intrisi di inquietudine. Le avrei attribuito, come minimo, quarantasette, quarantotto anni, non di più. La sua corporatura robusta, propria di chi è abituato al lavoro duro e, in particolare, il suo aspetto povero mi ricordavano vagamente quelli di una cameriera dell’ottocento o giù di lì.
Perciò, fu inevitabile domandarsi se stessi sognando o meno, perché, a meno che quella signora dall’espressione rigida e austera non si fosse travestita per una sottospecie di festa a tema, ed io fossi capitata in un letto che non era il mio per una qualche ragione sconosciuta perfino a me stessa senza ricordare niente di niente, non avevo altre spiegazioni con cui giustificare qualcosa che non stava né in cielo né in terra.
Decisi di intervenire spezzando quel silenzio opprimente, schiarendomi la gola. «Chi sei tu?». La voce mi uscì con un sibilo stridulo e quasi agghiacciante, penetrandomi nelle ossa. Avevo paura, e cominciava a risultarmi difficile far finta di nulla. Non riuscivo a capire che cosa stesse succedendo.
La donna si mosse rivolgendomi un cenno del capo, sollevandosi le gonne per avvicinarsi al mio letto. D’istinto mi ritrassi, come se, in qualche modo, avesse potuto farmi del male. «Mi chiamo Lydia, e sono la governante. E voi, signorina?». Sembrava sinceramente curiosa, ma me ne accorsi appena, perché le sue parole mi avevano lasciata di stucco, se non ancora più basita di prima.
«C-Come, p-prego?», balbettai. «La g-governante?». A casa, noi non ne avevamo una. Sebbene mio padre fosse molto ricco e potesse permettersi un lusso del genere, mia madre non aveva mai espresso il bisogno o l’esigenza di avere qualcuno che l’aiutasse perché le piaceva prendersi cura della propria casa e, in ogni caso, non avrebbe mai permesso a un estraneo di occuparsene.
Inarcò un sopracciglio e mi fissò intensamente. Forse si stava domandando se fossi sana di mente… Che strano. Anch’io m’ero chiesta la stessa cosa di lei, quando l’avevo vista. «Certo, signorina. Sono la governante di questa casa. Ma voi non mi avete ancora risposto. Qual è il vostro nome?».
«Il m-mio…?».
«Sì, il vostro nome», mi interruppe, guardandomi spazientita. «Siete lenta di comprendonio, per caso?».
No, non lo ero affatto. Ero Allison. Allison Stevens. La figlia del più rinomato avvocato dell’Ohio, e di una famosissima giornalista dell’USA Today, nonché la ragazza più popolare dell’Hamilton County High School.
Ma, cosa più importante in quel momento, ero una semplice adolescente del ventunesimo secolo, qualcosa che, contro ogni probabilità, quella donna, Lydia, non avrebbe mai potuto essere. E non perché non fosse in piena crisi ormonale come me, ma perché mi risultava piuttosto difficile immaginarla nella mia epoca con quei vestiti che una persona normale non avrebbe mai indossato, fuorché in occasioni speciali, ad esempio: una festa in maschera o ad Halloween.
Una parte di me si convinse che si trattasse di uno scherzo. Lo speravo, almeno, perché era per questo motivo che ero calma e tranquilla e non avevo ancora dato di matto.
«Io…». Deglutii, guardandomi intorno con aria spaesata. «D-Dove mi trovo?».
La governante sembrava impaziente di sapere chi fossi ma rispose ugualmente alla mia domanda. «Al sicuro, mia cara. Il signor Harrington vi ha trovata svenuta nei pressi del nostro maniero, nel bel mezzo di una tempesta, tre giorni fa… Buon Dio, avevate la febbre così alta! Se non vi avesse portato con sé ed accolto nella sua rispettabile dimora, chissà che cosa ne sarebbe stato di voi».
Trattenni il fiato. Quel cognome. Harrington. Non l’avevo mai sentito nominare prima d’ora, anche se aveva un non so che di familiare. Ma non ero ancora soddisfatta.
C’erano mille interrogativi che mi tormentavano, ed era probabile che il motivo per cui le reazioni isteriche tardavano ad arrivare fosse questo. Forse ero in stato di shock. Ma, in quel caso, era normale che me ne rendessi conto?
«No, i-io intendevo…».
Lydia era allibita. «Voi non… non ricordate dove siete?». Quando scossi la testa, lei sospirò. «Siete ad Haworth». Mi guardò come se si aspettasse qualcosa, forse che capissi e le dimostrassi che non ero del tutto pazza. «In Inghilterra».
«I-Inghilterra?», proruppi, alzando la voce. Allo stesso tempo, pensai: Io vivo nell’Ohio, cazzo! Dall’altra parte del mondo!
Mi domandai che cosa stesse pensando quella donna di me, in quel momento. Annuì lentamente, con gli occhi che frugavano nei miei alla ricerca di chissà quale segreto. «Sì, signorina. Siamo ad Haworth, nel North Yorkshire. In Inghilterra… Nel 1839».
Fu in quell’istante che un urlo agghiacciante proruppe dalle fondamenta della mia gola.
Mi circondarono in meno di un minuto. Non li avevo neanche sentiti entrare.
Forse perché le mie urla terrificanti avevano coperto qualunque altro suono, o semplicemente perché ero così atterrita e spaventata che la mia ultima preoccupazione era stata pensare che, insieme a quella donna, avrebbe potuto esserci qualcun altro capace di farmi del male.
Siamo ad Haworth, nel North Yorkshire. In Inghilterra… Nel 1839.
Una persona normale avrebbe reagito ancor peggio di me a quelle parole. Soprattutto se la persona in questione viveva nel ventunesimo secolo e non era affatto abituata a fare incubi del genere. Perché quello che stavo vivendo non poteva essere assolutamente reale. No.
Siamo ad Haworth, nel North Yorkshire. La voce di quella donna voleva convincermi del contrario, ma io cercavo di oppormi con tutta me stessa ad un’evidenza ormai palese, tangibile.
No, ripetei ancora con ben poca determinazione questa volta. È solo un sogno. Il più brutto che abbia mai fatto. Sono nell’Ohio, a casa mia, nel mio letto…
In Inghilterra… Nel 1839.
Niente di più sbagliato. Stai dormendo. Non è reale.
Qualcosa, però, mi diceva che lo era eccome. Lo erano le mani che mi stringevano e cercavano di farmi distendere di nuovo sul letto, gli occhi che mi guardavano inquieti, le voci che si accavallavano le une sopra le altre affogando le mie urla, i volti che non avevo mai visto e che si insinuavano, con prepotenza, nella traiettoria del mio sguardo. Lo erano perfino quei cuscini, nei quali stavo affondando le mie lacrime.
«Lasciatemi!», esclamai, provando a scalciare. Mi sentivo soffocare, avevo bisogno d’aria per poter respirare, e le mie resistenze cominciavano a venir meno.
«Ma che diamine sta succedendo qui dentro?», proruppe una voce sconosciuta, sovrapponendosi alle altre. Apparteneva ad una donna, mi accorsi distrattamente, mentre tentavo di divincolarmi dalle braccia di un uomo.
«State calma, vi prego, non vogliamo farvi del male». Cercava di essere rassicurante, inutilmente, aggiungerei. Niente, niente avrebbe potuto calmarmi. Soltanto risvegliarmi da quel sogno e scoprire che ero a casa.
La paura mi impediva di ribellarmi come avrei voluto, e l’uomo che torreggiava su di me mi stringeva così tanto che era escluso qualsiasi tentativo di fuga.
«Chi è quella ragazza?», tuonò di nuovo la voce. Non riuscivo ad identificarla, né a ricondurla ad uno di quei volti che i miei occhi avevano incrociato contro la mia stessa volontà. C’era Lydia al di là della stanza ma l’uomo che mi stringeva i polsi tra le mani e la ragazza che mi aveva appena afferrato le spalle, per riportarmi di nuovo giù sul letto, mi impedivano di vederla. «Robert, Anna! Lasciatela subito andare!».
«Non possiamo, signora Jenkins. Il signor Harrington ci ha ordinato di tenerla al sicuro e di impedirle di scappare», rispose l’uomo, quello che capii si chiamasse Robert, senza smettere di trattenermi.
«Fino a prova contraria, mio caro stalliere, sono io la padrona di questa casa... Il che significa che, finché sarò viva, dovrete rendere conto soltanto a me. Vi è chiaro?». Il suo tono non ammetteva repliche. Se prima ero soltanto spaventata, adesso ero agghiacciata dalla paura.
«Ma il signor Harrington…».
«Il signor Harrington», lo interruppe lei, senza batter ciglio, «mi ha lasciato questa proprietà nel testamento e, fino a quando i suoi figli non saranno abbastanza grandi da poterla ereditare, dovrete imparare a chiudere il becco in mia presenza, Robert». Si guardò intorno, fissando i propri occhi dapprima su Anna, poi su Lydia. «Lo stesso vale anche per voi, signorine».
Al contrario di quello che mi sarei aspettata, Robert non tentò più di contraddirla. Esitò, prima di lasciarmi andare, poi ammorbidì la presa sui miei polsi, e si ritrasse. Anche Anna, dopo un momento di smarrimento, si allontanò da me, permettendomi finalmente di guardare la donna che li aveva intimoriti e che, a quanto pareva, deteneva il controllo di quella casa.
Quello che mi colpì maggiormente di lei furono i suoi capelli castani dalle impercettibili sfumature rossicce.
Indossava un vestito molto lungo di fattura pregiata – forse, di seta, nera, per la precisione – che le si stringeva in maniera quasi dolorosa attorno ai fianchi stretti e si dipartiva in un’ampia gonna a campana, con strascico, dalla vita in giù.
Dovevo riconoscere che era davvero bella; quell’abito evidenziava particolarmente i suoi punti forti, senza risultare volgare o indecente, ma, in particolar modo, tendeva a far risaltare i suoi occhi chiari.
Fredda, glaciale: ecco la prima impressione che avevo avuto di quella donna.
Sobbalzai, quando si avvicinò. Quello che stavo vivendo – sognando – era fin troppo surreale, non sapevo bene come comportarmi, che cosa fare. Avrei voluto urlare, svegliarmi da quell’incubo spaventoso e tornare alla normalità.
Non era possibile…
Siamo ad Haworth, nel North Yorkshire. In Inghilterra…
Nel… 1839? Per quel che ne sapevo io, quella gente era assolutamente pazza.
D’accordo, forse leggere tutti quei romanzetti fantasy non si era rivelata affatto una buona idea: mi avevano solo istupidito più di quanto già non fossi e, come se non bastasse, ora mi mettevo anche a fare sogni assurdi.
Be’, magari, se provassi a darmi un pizzicotto, mi sveglierei... Brian dice che funziona sempre.
Qualcuno si schiarì la voce, facendomi sobbalzare.
La donna misteriosa reclamava la mia attenzione.
«Sareste così gentile da dirmi chi siete? Non vorrete di certo approfittare della mia ospitalità, signorina, senza che io sappia il vostro nome».
Titubai, prima di rispondere. Che cosa avrei dovuto dirle? Che ero una diciassettenne americana del ventunesimo secolo e che ero finita, per qualche sconosciuta ragione, nell’Inghilterra dell'ottocento? Se non fosse stato un sogno come credevo e desideravo, d’altronde, mi avrebbe dato della pazza. Chissà, forse lo ero… Una soluzione piuttosto rassicurante che mi permettesse di credere che sia Lydia, che Robert, Anna e quella donna fossero solo frutto della mia immaginazione.
«Allora?», incalzò sempre più impaziente. «Non è educato far aspettare. Suppongo che nessuno vi abbia insegnato le buone maniere…».
«Le ho domandato più volte quale fosse il suo nome, ma non mi ha mai risposto», intervenne la governante. «E come se non bastasse ha cominciato a urlare come una forsennata quando le ho detto dove si trovasse».
Prova a restartene tu indifferente se ti dicessi che non solo sei lontana da casa, ma in un’epoca del tutto diversa dalla tua, pensai, con una smorfia. Avrei voluto cantargliene quattro.
«Il tempo stringe e io non ne ho affatto da perdere». La donna sembrava quasi non aver prestato ascolto alle parole di Lydia ma incurvò gli angoli della bocca nel sorriso più falso che avessi mai visto. «I miei domestici hanno del lavoro da sbrigare, perciò vi conviene essere accondiscendente, mia cara».
Qualcosa mi suggeriva che non le fossi poi così “cara”, come diceva.
E adesso?,mi domandai.
«Io… Io mi chiamo…». Forza, Allie. Fatti venire in mente qualcosa! Un nome. Uno qualsiasi. «… Charlotte!», esclamai, concisa. «Mi chiamo Charlotte».
L’arpia alzò un sopracciglio. «Il vostro cognome?».
«Ehm…». Charlotte… Charlotte T… «T…».
«Cos’è, “T”?».
«… urner».
«Come, prego?».
«Turner! Charlotte Turner».
Il suo cipiglio scettico non l’aveva ancora abbandonata. «Non mi risulta che vi siano dei Turner, qui a Haworth. D’altronde, conosco quasi tutti gli abitanti di questa città. Deduco che voi non siate di qui, quindi…».
«Il signor Peter mi ha detto di averla trovata, priva di sensi, tre giorni fa, nei pressi del nostro maniero, nel bel mezzo di una furiosa tempesta...», rispose Lydia, prima che potessi farlo io. Poi, si rivolse a me: «Ricordate per caso perché eravate lì? Che cosa vi ha spinto ad allontanarvi così tanto dalla città?».
«Lydia, per favore! Ci penso io», la redarguì la donna. Con le braccia conserte e lo sguardo freddo, tagliente, mi guardò, un po’ scettica, forse. «Allora? Rispondete, forza».
Antipatica, pensai fra me e me, mordicchiandomi il labbro inferiore. Mentirle sulla mia vera identità era stato facile ma rispondere alle altre domande di Lydia era un altro paio di maniche. E ora quale bugia avrei dovuto inventare? Non ricordavo e non sapevo assolutamente niente. E chi diamine era il signor Peter?
«Io… Io non ricordo», balbettai, fissandola intensamente perché mi credesse. Non che mi costasse un grande sforzo. Avevo soltanto il vuoto in testa, non ragionavo di me. Era come se non riuscissi a rendermi conto, fino in fondo, di dove mi trovassi davvero, come se non avessi ancora recepito la cosa. Mi sentivo turbata, scombussolata. Tutte quelle informazioni – il trovarmi in un’epoca e in un continente diversi dai miei, l’essere stata “salvata” da quel fantomatico signor Peter alias Lord Harrington, ed ora l’essere circondata da estranei di cui sapevo a stento i nomi – non contribuivano di certo a farmi sentire meglio. «Non riesco… a ricordare». Era la verità. Se non mentivano, ed ero stata catapultata nel bel mezzo di una tempesta in quella brughiera aspra e selvaggia, non avevo alcun indizio che potesse farmi capire che avessero dichiarato il vero.
«Sforzatevi», disse lei, senza batter ciglio.
«Perdonatemi, milady, ma penso che la signorina debba ancora riposare. Non mi sembra in condizioni adatte per sostenere una conversazione impegnativa come questa». Indirizzai a Lydia uno sguardo riconoscente per avermi cavata d’impiccio, stringendomi le lenzuola al petto, come se potessero proteggermi dell’ostilità che la signora Jenkins sembrava aver provato sin dal primo istante nei miei confronti.
La osservai increspare le labbra, pensierosa e congiungere le mani in grembo, sperando che non infierisse ancora, con le sue domande impazienti. «Mi duole ammetterlo, Lydia, ma devo convenire che avete ragione», disse con voce tagliente. Poi si rivolse a me, e i suoi lineamenti si indurirono a tal punto che mi chiesi come avessi fatto a pensare che fosse una bella donna. «Signorina Turner, riprenderemo questa conversazione in un altro momento, quando vi sarete riposata a dovere. Sappiate, però, che non mi piace che i miei ospiti approfittino della mia ospitalità, quindi vi consiglio di ricordarvi al mio ritorno di quello che è successo. Non vorrete tacermi il motivo per cui avete deciso di farci visita, spero». Così dicendo, indirizzò una fredda occhiata a Robert, Anna e a Lydia. «Voi altri potete tornare a lavoro. Qui non c’è più bisogno di voi».
La tensione svanì non appena se ne fu andata.
Almeno in parte, perché la presenza costante di Robert e Anna non contribuiva a rassicurarmi granché.
«Avete sentito la signora Jenkins?», li esortò Lydia. «È ora di tornare a lavoro. Abbiamo rimandato abbastanza».
Quando mi lasciarono finalmente sola, saltai subito giù dal letto e corsi verso la porta. Automaticamente le mie dita si attorcigliarono attorno alla maniglia. Tirai più forte che potei. Niente. Lydia l’aveva chiusa a chiave. Sbuffai. E adesso? Che avrei dovuto fare? Aspettare finché non mi fossi ricordata di quello che era successo? Ci sarebbero voluti secoli e secoli, se mi permettevo di fare affidamento sulla mia memoria già di per sé piuttosto precaria.
Maledizione!
Tirai un calcio alla porta pentendomene subito dopo. Dopo aver trascorso più di due minuti a saltellare di qua e di là per alleviare il dolore al piede, mi avvicinai al davanzale della finestra, sporgendomi quel tanto che bastava per controllare quanto fossi lontana dal suolo a quell’altezza. Dubitavo che sarei riuscita a scavalcare e, soprattutto, ad atterrare senza farmi un graffio, ma era la mia unica possibilità di fuggire da quella casa e non me la sarei lasciata scappare. In mancanza di soluzioni migliori, dovevo accontentarmi di quella, anche se non mi faceva per niente piacere rischiare il collo in quel modo.
È solo un sogno,mi ripetei. E tu puoi controllarlo. Non puoi lasciarti intimidire da qualcosa che ti appartiene.
Era questo lo spirito di cui mi munii per convincermi a forzare l’apertura della finestra. Potevo farcela. In fondo, stavo solo vagheggiando nel sonno, niente corrispondeva alla realtà… o forse sì?
«Su, Allie. Puoi farcela», mormorai tra me e me. «Ce l’ha fatta Brian a scavalcare quella ringhiera, perché non dovresti riuscirci anche tu? Avete lo stesso DNA, o no?». Pensare al mio fratellone e alla sana competizione che c’era tra noi mi diede la spinta necessaria per arrampicarmi sul davanzale e scavalcarlo.
Inspirai profondamente aggrappandomi all'edera e stando bene attenta a dove mettevo i piedi.
Non guardare giù, non guardare giù, non guardar…
«Santissimi numi!», sbottai stringendo le dita attorno alla pianta. Mi appiattii più che potei al muro, cercando di regolarizzare il respiro affannoso e trattenendo a malapena l’impulso irrefrenabile di abbassare di nuovo lo sguardo. Non credevo che fosse così considerevole il divario tra la finestra e il suolo sottostante. Perché ora mi sembrava che si fosse moltiplicato? Se cadevo – com’era probabile che succedesse – potevo dire addio a Allison Stevens, Charlotte Turner e a tutto ciò che rappresentavano entrambe.
Maledetta me…
«Lord Harrington, siete tornato finalmente!». Una voce sconosciuta, ma molto vicina, mi fece trasalire a tal punto che mi ritrovai penzoloni con le braccia sopra la testa e le dita strettamente allacciate alla radice della pianta rampicante rischiando quasi di cadere. Strinsi le labbra tra i denti, cercando di non fare caso al mucchio di pietricciole impolverate che precipitarono sbalzando e scricchiolando qua e là fino al terriccio paludoso.
Quella sarebbe stata la mia brutta fine.
Affogata nel fango. Una prospettiva non poi così radiosa.
«Ehi, che ci fate lì? Scendete immediatamente!».
Beccata. «Merda!». Mimetizzarmi con l’ambiente non era proprio il mio forte. Lanciai appena uno sguardo al di sopra della mia spalla, pentendomene subito dopo. Non solo non ebbi il piacere di controllare chi mi avesse scoperta ma, così distraendomi, ammorbidii stupidamente anche le stretta attorno alla pianta e… Meglio non ripensare a quel che successe. Era piuttosto intuibile anche così, senza alcuna spiegazione.
«Attenta!».
Troppo tardi.
La forza di gravità stava eseguendo il suo compito, a discapito del mio povero e misero corpo, un corpo che non avrebbe più potuto fare affidamento sulle proprie ossa. Due secondi, e sarei stata spiaccicata direttamente al suolo.
Non accadde nulla di tutto questo.
Perché precipitai, sì, ma non in quella fanghiglia puzzolente che sarebbe stata il mio incubo peggiore per le prossime due settimane. La paura di poterci finire con la faccia dentro era una motivazione più che sufficiente.
«State bene?». Di nuovo quella voce che mi aveva avvertito di fare attenzione. Apparteneva ad un ragazzo, più precisamente al ragazzo, quello che mi aveva appena salvato la vita. Mi aveva afferrato prima che mi spappolassi nella melma e in quel precisissimo momento ero tra le sue braccia. Non gli risposi, non subito almeno, perché la mia attenzione era esclusivamente rivolta ai suoi bellissimi occhi azzurri. Ero incapace di descriverlo, tanto era irresistibilmente affascinante.
Sapevo solo che avrei impedito a chiunque di interrompere quel momento.
Un fremito incontrollabile mi percorse quando mi strinse ancora di più a sé, a tal punto che dimenticai tutto il resto. Qualcosa mi diceva che dovevo stare insieme a lui e che io gli appartenevo, nonostante non sapessi in che modo e per quale motivo ne fossi così convinta. Di solito, era piuttosto difficile – se non addirittura impossibile – che prendessi una sbandata del genere per un ragazzo, perché non ero affatto il tipo che si scioglieva così su due piedi, per due moine. Vidi le sue labbra carnose muoversi per chiedermi qualcosa del tipo: «Tutto a posto?», pur non essendone del tutto certa. Avevo la testa da un’altra parte, una parte in cui c’eravamo solo io, lui e i nostri corpi allacciati l’uno all’altro. Tremavo di eccitazione.
Prima che potessi rispondergli, dei rapidi scalpitii sul terreno mi informarono che qualcuno si stava avvicinando. Distogliere lo sguardo dal suo fu una vera e propria impresa che non avrei augurato a nessuno visto che, se fosse stato per me, non avrei mai smesso di guardarlo, ma la curiosità – e la paura – mi costrinsero a farlo.
In groppa a un magnifico cavallo nero dallo sguardo penetrante e quasi incattivito, un uomo con un cappuccio scuro in testa e un lungo mantello avanzava verso di noi. Non sapevo davvero come spiegarmelo, ma mi sembrava di averlo già visto prima. In qualche modo, mi era familiare.
Quando ci si avvicinò abbastanza, strinse saldamente le redini tra le mani e il suo destriero impennò appena con un forte nitrito, arrestandosi con gli zoccoli ben piantati per terra. Automaticamente, il ragazzo che mi aveva salvata già due volte da morte certa e che ora mi stringeva tra le braccia indietreggiò, come se temesse che il cavallo potesse saltargli addosso. Sapevo di sbagliarmi, a meno che i suoi lineamenti tranquilli e rilassati non mi mostrassero tutt’altro. Ad ogni modo, l’uomo – non riuscivo a capire quanti anni avesse all’incirca, se era più giovane o più vecchio di quel che sembrava – era appena sceso da cavallo e stava proseguendo a piedi verso di noi. Due lunghe falcate e si fermò con grazia davanti a me e al ragazzo. Non lo vedevo in faccia perché si trovava controluce, ed ero costretta ad assottigliare gli occhi per poterlo guardare ma non dovetti aspettare molto, visto e considerato che mi accontentò subito, calandosi il cappuccio sulle spalle.
Boccheggiai, incredula.
L’ultima cosa che vidi, prima che il mio cuore smettesse di battere, furono un paio di occhi blu.
Allie’s corner:
Incominciamo con un Risveglio. In fondo, quale miglior ricordo sarebbe stato, se non questo, della mia vecchia NTA, per aprire il primo episodio di questa trilogia? Allison è completamente fuori di testa; fatica a rendersi conto della situazione a tal punto da risultare perfino calma e tranquilla in certe scene (io avrei già dato di matto) e nel secondo intermezzo sembra quasi non capire le parole di Lydia e della signora Jenkins, ma aspettatevela già dal secondo capitolo molto scoppiettante. Ne dirà di tutti i colori. Ne FARA’ di tutti i colori. Sa adattarsi molto bene alle situazioni e soprattutto RECITARE (grazie al teatro della scuola che frequenta) quindi sembrerà una vera “Inglesina” dell’Ottocento. Ma non lasciatevi ingannare dalle false apparenze. C’è un motivo per cui si comporterà così (un motivo che non sa spiegarsi e che verrà rivelato più avanti).
Entrano in scena DUE nuovi personaggi molto importanti; il primo è la signora Jenkins, nonché milady o nuova signora Harrington. Anche di lei si saprà più avanti. Il secondo, invece… il secondo starà a voi ricercarlo nel capitolo. Sarà il ragazzo che l’ha salvata o il nuovo arrivato con il cappuccio nero? Uno l’avete già incontrato nel prologo… ma dovete capire chi è e come si chiama.
Il finale l’ho lasciato così, un po’ confuso, senza nomi. Un po’ com’è Allison: quasi senza identità da questo momento in poi, perché lei, da adolescente del ventunesimo secolo, è approdata in una nuova epoca per un motivo ben preciso (anche se lei non lo sa) e non sa come “risvegliarsi”, come “andarsene via”.
Se avete qualche domanda o non avete capito qualcosa, non siate timidi e non abbiate paura; non avete che da chiedere! Anche se vi vergognate di commentare, potete farlo in privato, non c’è alcun problema ^^
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